mercoledì 25 marzo 2009

ERAGON

Locandina del film EragonTitolo originale: id.
Nazione: Gran Bretagna, Ungheria, USA
Anno: 2006
Genere: fantasy
Durata: 1h44m
Regia: Stefen Fangmeier
Sceneggiatura: Peter Buchman
Fotografia: Hugh Johnson
Musiche: Patrick Doyle
Cast: Ed Speleers, Jeremy Irons, Robert Carlyle, John Malkovich, Joss Stone, Sienna Guillory, Christopher Egan, Garrett Hedlund, Alun Armstrong, Gary Lewis, Djimon Hounsou, Richard Rifkin, Steve Speirs


Trama
Eragon ha diciassettenne anni ed è orfano. Vive assieme allo zio ed il cugino Roran a Carvahall, un piccolo villaggio ai confini dell’impero di Alagaesia. Un giorno Eragon, mentre si trova a caccia di cervi, scopre una strana pietra blu che si rivelerà essere l’uovo dell’ultimo drago femmina rimasto ancora in vita. Eragon se ne prende cura dell’uovo fino alla nascita della creatura alla quale con molta pazienza insegnerà anche a volare. Ma Galbatorix, malvagio re di Alagaesia ed ultimo cavaliere dei draghi vivente, anche perché assassino di tutti gli altri cavalieri, venuto a conoscenza della nascita della dragonessa Saphira manderà all’inseguimento di Eragon il terribile Durza, potente stregone nero. L’unica salvezza per il giovane è rappresentata da Brom, cavaliere in pensione, con il quale inizierà una fuga verso il rifugio dei Varden, i ribelli dell’impero.

Recensione
La storia di “Eragon” inizia, quando un adolescente americano, Christopher Paolini, mai andato a scuola ma istruito dalla madre inizia a scrivere una storia. Due anni dopo, nel 2002, i genitori (il padre, Carl Hiaasen, è un noto giallista), entusiasti, la pubblicarono a proprie spese. Per pubblicizzare il libro, Christopher girò scuole e librerie vestito con corazza, stivali e spada, finché un importante editore, Knopf, non decise di ripubblicare in una nuova edizione “Eragon” e i due successivi libri di quella che sarebbe diventata una trilogia famosa in tutto il mondo.
La trasposizione cinematografica di “Eragon” purtroppo non è all’altezza del libro. A dire il vero, si tratta di un oltraggio alla bellezza del libro. Se Christopher scrisse il libro perché appassionato di fantasy, il film sembra essere prodotto finalizzato al mero guadagno, privo com’è di un minimo di passione e di coinvolgimento. Stefen Fangmeier, esordiente come regista, ma esperto di effetti speciali, rivolge ogni cura ed attenzione unicamente verso l’aspetto estetico della pellicola. Infarcito di effetti speciali ben realizzati e sorretto da una colonna sonora imponente e decisamente troppo invadente, “Eragon” sembra realizzato con fretta e superficialità, condensando più di 500 pagine di libro in poco più di un’ora e mezza di pellicola: numerose sono le parti del libro trascurate tanto che spesso sembra mancare una ragionevole consequenzialità tra le scene. “Eragon” manca di ritmo e di situazioni realmente avvincenti, la scenografia ed i personaggi sembrano tratti da dalla trilogia de “Il signore degli anelli” di Peter Jackson.
Il cast è di tutto rispetto (e decisamente sprecato): Jeremy Irons sembra poco convinto del suo personaggio, Robert Carlyle divertente ma un po’ fuori luogo e John Malkovich, fisicamente perfetto nel ruolo di cattivo, non può esprimere a sufficienza la sua bravura per i pochi dialoghi in cui è impegnato; poco convincente l’esordiente Ed Speleers, poco efficace da appassionare lo spettatore.
Il doppiaggio italiano è un segno ulteriore della modestia con la quale è stato prodotto il film: se nell’edizione originale la voce della dragonessa Saphira è affidata all’ottima attrice Rachel Weisz, non si comprende come abbiano pensato ad Ilaria D’Amico, brava giornalista sportiva, ma che nulla c’entra con cinema e doppiaggio.
Il colpo di grazia è infine rappresentato dal finale inesistente. Lo spettatore resta in attesa di un sequel che, per fortuna, non ci sarà mai!
Dunque “Eragon” rappresenta un tentativo fallito di rinnovare il genere fantasy, un film privo di logica narrativa, poco suggestivo ed un’indegna trasposizione dell’inizio di quella che sarebbe potuta diventare, con maggior impegno e passione, un’ottima alternativa al classici del fantasy. Un’occasione sprecata uccisa dal dio denaro.

Voto: 29%


ANATOMY

Locandina del film Anatomy

Titolo originale: Anatomie
Nazione: Germania
Anno: 2000
Genere: horror
Durata: 1h43m
Regia: Stefan Ruzowitzky
Sceneggiatura: Stefan Ruzowitzky
Fotografia: Peter von Haller
Musiche: Marius Ruhland
Cast: Franka Potente, Benno Fürmann, Anna Loos, Sebastian Blomberg, Traugott Buhre, Holger Speckhahn, Oliver Wnuk, Andreas Günther, Rüdiger Vogler, Gennadi Vengerov, Thomas Meinhardt, Werner Dissel


Trama
Paula è una brillante studentessa di medicina che ha appena vinto il concorso di ammissione all’autorevole corso estivo di anatomia dell'università di Heidelberg. La ragazza, intenzionata a seguire le orme del padre e del nonno, si immerge totalmente studio dal quale non riescono a distrarla neanche le attenzioni di un suo compagno di corso. Un giorno si ritrova in obitorio un ragazzo cardiopatico conosciuto pochi giorni prima in treno. Non convinta della morte naturale del giovane, Paula inizierà ad investigare, scoprendo un’orrible segreto che si cela tra le mura della prestigiosa università.

Recensione
Stefan Ruzowitzky, regista austriaco, dirige questo horror ospedaliero di produzione tedesca sulla scia di teen horror americani come “The skulls - I teschi”.
Quello che subito colpisce in “Anatomy” è la fotografia di Peter von Haller capace di ricreare quell’atmosfera fredda e torbida tipica degli ambienti ospedalieri. Si aggiunge poi l’interpretazione di Franka Potente: in pieno stile teutonico, la ragazza appare fredda e ambiziosa, confermando le qualità già dimostrate in “Lola corre”, splendida pellicola del regista Tom Tykwer. Peccato però che gli altri attori del cast risultino belli ma del tutto inadeguati nei loro ruoli. “Anatomy” pur non brillando per originalità, inquieta e spaventa, in particolar modo quanti sono inorriditi anche dalla vista del sangue di un banale prelievo. Gli effetti speciali sono infatti di buon livello anche se Ruzowitzky si contiene un pò troppo nella componente splatter.
La storia purtroppo dopo un discreto inizio, assume contorni un po’ banali, attribuendo caratteristiche a volte eccessive ai personaggi (è vero che ci troviamo in un ambiente giovanile, ma la serietà dei ragazzi viene messa a dura prova con dialoghi stupidi, spesso infarciti di doppi sensi palesemente fuori luogo).
Sebbene penalizzato da alcune banalità grossolane, “Anatomy” è un film che può far trascorrere una piacevole serata horror senza troppe pretese anche se gli assuefatti all’horror rimarranno sicuramente lievemente delusi.

Voto: 61%


martedì 24 marzo 2009

GIORGIO ALBERTAZZI AL TEATRO GHIONE (ROMA)


Giorgio Albertazzi ritorna a Roma al Teatro Ghione con lo spettacolo “Lezioni americane”. Nato a Parigi al Théâtre du Rond-Point, dove riscosse un enorme successo, lo spettacolo propone la prima delle prolusioni elaborate da Italo Calvino nel suo libro omonimo. Dante, Cavalcanti, Shakespeare, Lucrezio, Ovidio, Leopardi, Kafka, Cyrano saranno i personaggi illustrati da Albertazzi in una serie di discorsi leggeri ed appassionanti che Calvino trattò nelle “Lezioni americane”, un ciclo di conferenze ideate in occasione di un invito ricevuto dalla Harvard University, ma che non furono mai portate a termine a causa dell’improvvisa morte dello scrittore, avvenuta nel 1985. Il libro uscì comunque postumo nel 1988 col titolo “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”. Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, sono i valori universali che la letteratura, secondo Calvino, avrebbe dovuto preservare e portare con sé nel nuovo millennio.
Lo spettacolo ritorna dunque sui palcoscenici attraverso Giorgio Albertazzi nel ruolo del Conferenziere che, attraverso le parole di Calvino, conduce gli spettatori in questo frenetico viaggio nella letteratura mondiale alla ricerca delle origini sulle quali si fondano ognuno di quei valori, con particolare risalto nei confronti della “Leggerezza”, intesa non come un difetto, ma come un valore.
Grazie ad Albertazzi l’opera incompiuta di Calvino diventa teatro in un continuo alternarsi tra letteratura, teatro, video e musica, facendo della stanza del Conferenziere il luogo dove scomporre la scrittura, cercando di carpirne segreti e dove la “Leggerezza” diventa per lo scrittore l’oggetto irraggiungibile di una infinita ricerca, a causa dell’insostenibile pesantezza dell’essere.
Una giovane discepola cerca di cogliere il senso di questa ricerca e il suo occhio-telecamera insegue il Conferenziere, filmandolo insieme ai suoi appunti, ai disegni, ai libri, ai quadri, agli oggetti, proiettando alcuni filmati della memoria teatrale di un Albertazzi, vate delle epiche gesta del pensiero che diviene scrittura.
Nel video seguente un’intervista a Giorgio Albertazzi ed alcuni frammenti dello spettacolo “Lezioni americane” che sarà di scena al Teatro Ghione, in via delle fornaci 37, a Roma dal 24 marzo al 5 aprile.


venerdì 20 marzo 2009

HIGH CRIMES - CRIMINI DI STATO

high crimes crimini di statoTitolo originale: High crimes
Nazione: USA
Anno: 2002
Genere: thriller
Durata: 1h55m
Regia: Carl Franklin
Sceneggiatura: Grace Cary Bickley, Yuri Zeltser
Fotografia: Theo van de Sande
Musiche: Graeme Revell
Cast: Morgan Freeman, Ashley Judd, Jim Caviezel, Amanda Peet, Adam Scott, Bruce Davison, Tom Bower, Juan Carlos Hernández, Jude Ciccolella, Michael Gaston, Emilio Rivera, Michael Shannon, John Billingsley


Trama
Claire Rubik è un affermato avvocato ed è felicemente sposata con Tom. In seguito ad un furto subito nella sua casa, l’FBI scopre che la vera identità del marito è Ron Chapman, un ex-marine responsabile dell’assassinio di alcuni civili durante un’operazione militare in Salvador. Rinchiuso in un penitenziario militare, l’uomo affronta il processo difeso dalla moglie Claire, fermamente convinta della sua innocenza. Claire si rivolge ad un esperto di giurisprudenza militare con un passato da alcolista, Charles Graimes.

Recensione
“High Crimes - Crimini di stato” è un legal thriller tratto dall’omonimo romanzo (in Italia tradotto nel titolo “Reati capitali”) di Joseph Finder e diretto con mestiere da Carl Franklin. La storia si poggia su temi già spesso utilizzati nella cinematografia: identità nascoste, segreti inconfessabili, abusi e corruzione nei rigidi ambienti militari. Pur partendo da una serie di elementi poco originali, “High Crimes - Crimini di stato” coinvolge fin dall’inizio lo spettatore, mostrando una serie di intrighi e di segreti nei quali si ritrovano coinvolti membri dell’esercito americano, un mondo solitamente sempre adulato dai media. Ingredienti però abusati in questo genere di film, così come i personaggi che man mano si avvicendano: l’anonimo Jim Caviezel è un uomo dalla faccia pulita, marito premuroso e gentile, ma che in realtà nasconde un passato militare, probabilmente invischiato in fatti infamanti; l’avvocato di successo, nelle fattezze della splendida Ashley Judd, che si scontra con i chiusi ambienti militari; un avvocato in declino, dal passato segnato dall’alcool, al quale si presenta l’opportunità di riscattarsi è invece interpretato da un esperto e scaltro Morgan Freeman.
“High Crimes - Crimini di stato” sembra un film avvincente dove tutto sembra scorrere alla perfezione, quando però si avvicina al suo momento cruciale, la sceneggiatura prende la strada sbagliata, seguendo sviluppi narrativi illogici e decisamente superficiali. Al termine della pellicola non è poi assurdo rendersi conto di aver speso circa due ore inutilmente.
La colonna sonora di Graeme Revell non incide particolarmente nel film, mentre la fotografia di Theo van de Sande descrive lucidamente il thrilling claustrofobico, attraverso una saturazione dei colori verso il freddo blue.
“High Crimes - Crimini di stato” è il classico film che “prende in giro” lo spettatore, introducendolo con estrema cura nell’atmosfera, tenendolo per mano durante gli sviluppi della storia, per poi offenderne l’intelligenza con un’improbabile conclusione.

Voto: 56%


giovedì 19 marzo 2009

GRAN TORINO

Locandina del film Gran TorinoTitolo originale: id.
Nazione: Australia, USA
Anno: 2009
Genere: drammatico
Durata: 1h56m
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Nick Schenk
Fotografia: Tom Stern
Musiche: Kyle Eastwood, Michael Stevens
Cast: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Brian Haley, Dreama Walker, Geraldine Hughes, Brian Howe, William Hill, Scott Eastwood, Davis Gloff, Sonny Vue


Trama
Walt Kowalski è un veterano della guerra di Corea dal carattere introverso e burbero. A causa dei difficili rapporti con i suoi figli ed i suoi nipoti, preferisce vivere una vita solitaria nella sua villetta nella periferia di Detroit, trascorrendo il tempo a bere birra e a lucidare la sua fiammante Ford Gran Torino del 1972, l’unico grande amore rimastogli, dopo la recente morte della moglie. Quando una famiglia di immigrati asiatici si trasferisce nella casa accanto alla sua, l’uomo si troverà costretto ad affrontare i propri pregiudizi razziali entrando suo malgrado nelle loro vite.

Recensione
“Gran Torino” è la storia di Walt, un uomo “di altri tempi”, un anziano pensionato e veterano di guerra, che vede cambiare intorno a sé l’America che aveva da sempre apprezzato e venerato. Un tempo orgoglioso operaio dell’americana Ford (il titolo del film fa infatti riferimento alla Ford Gran Torino custodita gelosamente dal protagonista), vede inesorabilmente sgretolarsi i valori e le tradizioni americane. Incapace di adattarsi a cambiamenti che hanno segnato la società moderna, non riesce neanche a sopportare che uno dei suoi figli lavori come venditore di auto giapponesi. Mal sopporta che il suo quartiere si stia svuotando di tutti i bianchi americani avvicendati da gruppi di neri, ispanici ed orientali. Tutte conseguenze della storia di Detroit e Ford, due simboli della florida industria americana, tanto che la città fu considerata per molti anni capitale mondiale dell’automobile. Tantissime persone si trasferirono a Detroit attirate dalle prospettive lavorative che la città e le sue industrie concedevano. Ma la crisi petrolifera e la concorrenza di nuove industrie automobilistiche portò la città in rovina, abbandonata dalla maggior parte della popolazione bianca, diventando sempre più un ghetto urbano. Patriottico e nazionalista (cosa facilmente intuibile dalla bandiera presente di fronte la sua casa, ormai circondata da immigrati provenienti da ogni parte del mondo), Walt oltrepassa questi nobili sentimenti, mostrandosi attraverso i suoi modi rudi e scortesi, razzista nei confronti di ogni diversa etnia: neri, asiatici, ispanici, italiani, irlandesi, con disprezzo o per gioco non nasconde nulla di ciò che pensa. A tutto ciò si aggiunge un sentimento anticlericale che riversa nel giovane sacerdote che passa spesso a trovarlo intenzionato ad esaudire ultimo desiderio della moglie di Walt sul letto di morte, ovvero confessare il vecchio burbero di tutti i suoi peccati. Da quegli incontri/scontri nasceranno i momenti più profondi di “Gran Torino”, una serie di dialoghi tra i due che faranno da filo conduttore della storia. Un film sulla vita e sulla morte, sull’incapacità di un uomo troppo legato al tempo che fu, sul rapporto tra padre e figlio, sull’amicizia e sul rispetto reciproco. Perché essenzialmente Walt è un uomo solitario, senza alcun rapporto con i suoi familiari (i figli vorrebbero rinchiuderlo in un ospizio ed i nipoti lo sopportano a malapena) e la sua unica passione è la sua splendida Ford Gran Torino, che sarà il motivo del legame di amicizia con Tao, il figlio dei suoi vicini di casa. Walt al principio mostra tutto il suo odio nei confronti del ragazzino, ma conoscendo lui ed il suo mondo, scoprirà di possedere qualità nascoste rimettendo così in discussione tutti i suoi pregiudizi.
C’è poco da dire sulle qualità di Clint Eastwood: film dopo film, dimostra sempre più capacità registiche eccezionali, impreziosite nel caso di “Gran Torino” da un’intensa interpretazione. Avvalendosi di alcuni attori sconosciuti di origini orientali li dirige in maniera magistrale attraverso uno stile secco ed essenziale. Il suo realismo e la durezza rappresentano un vero pugno allo stomaco.
“Gran Torino” è un film che si apprezza fino al suo splendido finale, ultima tessera del mosaico creato dal regista e attore americano. Un finale perfettamente coerente, un modo esemplare con cui terminare la pellicola. Un film tremendamente duro, ma che tocca le corde dell’anima. Una storia semplice che difficilmente lascerà indifferenti.

Voto: 86%


mercoledì 18 marzo 2009

PORNOSTAR HOSTESS SUI VOLI RYANAIR

Quando indossa la divisa della Ryanair, compagnia aerea irlandese low cost, il suo nome è Edita Schindlerova, completamente nuda nei video hard assume lo pseudonimo di Edita Bente. In tempo di crisi anche le hostess arrotondano lo stipendo con il doppio lavoro, ma nel caso di Edita, 22enne originaria della Repubblica Ceca, si tratta di un impiego molto hot: posare nuda per foto hard e video porno. Se il suo lavoro ufficiale è infatti quello di servire cibo e bibite e spiegare ai passeggeri come si gonfia il giubbotto di salvataggio, quando non è di turno, Edita Bente diventa una pornostar, esibendosi in prestazioni sessuali senza limiti.
A scoprire il suo secondo lavoro è stato un suo collega che, navigando su internet alla ricerca di video ed immagini hard su siti a luci rosse, ha scoperto le immagini di Edita. Le voci girano e la notizia è giunta presto fino alla redazione del tabloid inglese “The Sun” che ha pubblicato la notizia.
I vertici della Ryanair, subito contattati dai giornali, hanno risposto difendendo le scelte della sua hostess: “Ciò che le persone fanno prima o dopo il lavoro non ci riguardano. Sono soltanto fatti loro”. Edita Schindlerova aveva già fatto notare le sue grazie, immortalate nel sexy calendario 2009 di Ryanair (qui l’articolo relativo a quello 2008), ma nessuno immaginava che l’hostess con lo pseudonimo di Edita Bente fosse anche una pornostar.
Ryanair ha ultimamente indetto un concorso tra tutti i suoi passeggeri, offrendo €1000 a chi suggerirà nuovi servizi a pagamento. Questa notizia potrebbe fornire qualche idea in più!
Durante il vostro prossimo volo Ryanair per Stansted (Londra) prestate bene attenzione alle hostess, potreste anche ritrovarvi di fronte la bella e sexy Edita Schindlerova/Bente.
Nel video che segue, il backstage del Calendario Ryanair 2009 nel quale si può nota notare anche la presenza Edita Schindlerova:


lunedì 16 marzo 2009

NEMICO PUBBLICO N.1 - L'ISTINTO DI MORTE

Locandina del film Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morteTitolo originale: L’instinct de mort
Nazione: Canada, Francia, Italia
Anno: 2008
Genere: biografico, poliziesco
Durata: 1h53m
Regia: Jean-François Richet
Sceneggiatura: Abdel Raouf Dafri, Jean-François Richet
Fotografia: Robert Gantz
Musiche: Marcus Trumpp
Cast: Vincent Cassel, Gerard Depardieu, Cecile De France, Gilles Lellouche, Elena Anaya, Roy Dupuis, Michel Duchaussoy, Myriam Boyer, Florence Thomassin, Gilbert Sicotte, Abdelhafid Metalsi, Deano Clavet, Mustapha Abourachid


Trama
Francia, 1959. Jacques Mesrine ritorna a Parigi dopo aver prestato il servizio militare in Algeria, dove ha vissuto esperienze molto difficili. Il ragazzo, appartenente alla tipica famiglia borghese, inizia a lavorare onestamente, ma ben presto è conquistato dall’ambiente malavitoso che frequenta. Così lascia il lavoro e la famiglia per mettersi al soldo del boss locale Guido. E’ l’inizio della sua carriera criminale fatta di rapine, sequestri di persona ed omicidi che lo porterà fino negli Stati Uniti ed in Canada.

Recensione
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” è primo capitolo della biografia in due parti dedicata al famigerato criminale Jacques Mesrine, gangster francese che agì tra Francia, Spagna, America e Canada negli anni ‘60/70. Tratto dalle memorie che lo stesso Mesrine scrisse durante la sua permanenza in carcere, il film è il ritratto di un personaggio che malgrado la sua crudeltà affascinò l’opinione pubblica francese per il suo carattere arrogante e seducente. Jean-François Richet si rifà al genere polar, il classico poliziesco francese, regalando una versione fatalista di questo criminale secondo i dettami classici francesi di registi di genere come Jean-Pierre Melville e Jacques Deray, pur offrendo scene d’azione che per realizzazione si rifanno al cinema americano di quegli anni (in particolar modo nelle scene ambientate in carcere).
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” si concentra dunque sulla figura di Mesrine, interpretato da un perfetto Vincent Cassel, a suo agio nei panni dell’anti-eroe ricco di fascino, seducente nelle sue ambiguità, tenero e romantico ma al tempo stesso violento nei confronti delle sue donne, in un mondo in cui “l’unica regola è quella della giungla”, come afferma lo stesso Guido, il boss interpretato da un sommesso ma pur sempre carismatico Gerard Depardieu. Nota di merito anche a Cecile de France, autrice di un personaggio femminile cruento e spietato, lontano anni luce da quelli dolci e melensi spesso interpretati dall’attrice belga.
Il film segue con un ritmo narrativo chiaro ed efficace le azioni criminali Mesrine ed il suo rapporto con le donne, romanzando il personaggi in modo tale da tirarne fuori l’aspetto accattivante pur senza enfatizzarne il carattere eroico (bravo in questo anche Cassel), ritraendo così un personaggio odioso e feroce, senza omettere con un pizzico di polemica l’esaltazione mostrata da parte dei media. Meravigliose le atmosfere parigine, ma non da meno quelle canadesi e in particolar modo quelle del deserto americano, grazie anche al supporto della fotografia curata da Robert Gantz.
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” a lungo andare fa sentire troppo l’attenzione nei confronti Mesrine, relegando i personaggi secondari a marionette utili solo a riempire il teatrino del crimine, trattando inoltre con superficialità alcune parti della storia.
Supportato con effetto da un’ottima colonna sonora fatta di successi dell’epoca, “Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” è film ben interpretato e diretto con stile ed equilibrio. Peccato però che abbiano voluto seguire la strada tarantiniana di “Kill Bill” tagliando il film in due parti, concludendolo le gesta di Mesrine nel secondo atto, dal titolo “Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga”.

Voto: 71%


mercoledì 11 marzo 2009

LAURA CHIATTI NUDA

Video Laura Chiatti nuda
Laura Chiatti è nuda nel film “Il caso dell’infedele Klara”, di Roberto Faenza. Nel film Laura Chiatti interpreta Klara, fidanzata del gelosissimo Luca (Claudio Santamaria). Nel film ci sono numerose scene sexy nelle quali Laura Chiatti appare completamente nuda. A dire il vero, Laura Chiatti mostra un seno piatto e nel complesso non molto sexy.
Nata Castiglione del Lago, in provincia di Perigua, Laura Chiatti tenta la carriera di cantante incidendo due dischi in inglese. Nel 1996 vince il concorso di bellezza Miss Teenager Europa. Nel 2000 debutta come attrice nella soap opera di “Un posto al sole”. Nel 2004 esordisce nel cinema “Mai più come prima” di Giacomo Campiotti.
Nel video la scena del film “Il caso dell’infedele Klara” in cui Laura Chiatti è nuda:

Laura Chiatti video nuda
Clicca questa immagine per fa partire per il video completo...


martedì 10 marzo 2009

LIVE! - ASCOLTI RECORD AL PRIMO COLPO

Locandina del film Live! - Ascolti record al primo colpoTitolo originale: Live!
Nazione: USA
Anno: 2007
Genere: drammatico
Durata: 1h36m
Regia: Bill Guttentag
Sceneggiatura: Bill Guttentag
Fotografia: Stephen Kazmierski
Musiche: Phil Marshall
Cast: Eva Mendes, David Krumholtz, Katie Cassidy, Eric Lively, Monet Mazur, Rob Brown, Jay Hernandez, Jeffrey Dean Morgan, Danny Comden, Paul Michael Glaser, Andre Braugher, Michelle Krusiec


Trama
La produttrice televisiva dell’ABN Katy Courbet per vincere la guerra degli indici di ascolto in piena guerra con gli altri network nel campo dei reality show, sta cercando qualcosa di innovativo ed accattivante, uno show estremo che possa tenere incollati i telespettatori davanti la tv. Durante una riunione con il suo staff salta fuori l’idea di “Live!”, un reality show in cui i concorrenti dovranno sfidarsi alla roulette russa per portarsi a casa il montepremi di cinque milioni di dollari, soldi che andranno chiaramente soltanto ai cinque che rimarranno in vita Per riuscire a mandare in onda il suo show, Katy dovrà superare mille ostacoli: eludere le leggi della Costituzione americana, convincere gli sponsor e vincere le resistenze dei dirigenti del network, preoccupati di ledere l’immagine pubblica del network.

Recensione
“Live! - Ascolti record al primo colpo” vede dietro la mdp il regista di documentari Bill Guttentag, già vincitore di due Premi Oscar nel 1989 e nel 2003 per i cortometraggi “You don’t have to die” e “Twin towers”. Guttentag infatti non abbandona il genere che l’ha portato al successo, realizzando il film in stile mockumentary, riprendendo tutta gli episodi che hanno portato Katy Courbet alla realizzazione di uno spettacolo televisivo che sarebbe rimasto nella storia televisiva mondiale. “Grande fratello”, “La talpa” e gli altri reality show sono ormai diventati quotidianità televisiva. Show in cui tutto sembra essere fatto per la gloria ed il successo dei concorrenti, quando invece questi vengono manipolati attraverso le loro vite personali, rendendo pubbliche le loro angosce emotive ed i loro problemi personali. Infatti, spinti da logiche di mercato, i network televisivi hanno nell’audience il fine ultimo delle proprie produzioni, lontani ormai dalla ricerca di prodotti che abbiano contenuti culturalmente validi.
“Live! - Ascolti record al primo colpo” è dunque una critica non soltanto alle tv, ma al pubblico ormai disinteressato alla cultura ed attirato soltanto da immagini scioccanti e ignobili scandali, senza più un briciolo di buon senso. Probabilmente la televisione non è colpevole di questa voglia di sensazionalismo, ma un mezzo molto più semplice ed immediato per condurre ogni genere di immagine a destinazione. Come affermato durante il film, già in passato la gente rimaneva affascinata dalla visione della morte: in Francia, durante la rivoluzione francese, erano immense le folle che assistevano alla decapitazione dei nobili; nella Roma Caput Mundi, il Colosseo era sempre gremito di spettatori eccitati nel guardare i leoni divorare i cristiani. Singolare l’utilizzo del film nel film che, attraverso il documentario sul lavoro di produzione dello show. Lo spettatore è maggiormente immerso nella finzione filmica determinando così un senso di realismo capace di impressionare, accrescendo il senso di partecipazione tipico del “Grande fratello”.
La cosa che più sorprende in “Live! - Ascolti record al primo colpo” è la sua attrice protagonista (anche produttrice del film) Eva Mendes capace di trasmettere l’ostinazione di una cinica donna in carriera che vuole partorire a tutti i costi il suo prodotto, valicando leggi e morale, in nome del successo mediatico. Mai l’attrice americana di origini messicane aveva dato prova di un’interpretazione così intensa e determinata. Escludendo David Krumholtz, incapace di fare da spalla alla protagonista, è perfetta la scelta del cast che si identifica poi con quella dei concorrenti dello show: Katie Cassidy è Jewel, la bionda attricetta fuggita dalla provincia intenzionata a diventare una star di Hollywood (buono anche il doppiaggio che la rende insipida ed un po’ stupidotta); Eric Lively è Brad, universitario belloccio amante degli sport estremi, spaventato dall’idea di vivere il resto della sua vita dietro la scrivania di un ufficio; Jeffrey Dean Morgan, un mix tra Robert Downey Jr. e Javier Bardem, è Rick, un agricoltore caduto in disgrazia innamorato della sua famiglia, per la quale è disposto a tutto; Rob Brown è Byron, uno scrittore afroamericano di buona famiglia, dal look in perfetto Obama-style, frustrato dalla mancata pubblicazione dei suoi romanzi e dunque alla ricerca di una forte emozione da raccontate; Jay Hernandez è Pablo, carino ma povero, messicano e gay, caratteristiche non troppo apprezzate negli USA; Monet Mazur è Abalone, famosa ex modella, scappata dalle passerelle per approdare nell’arte, prodotta con eccentricità ed anticonformismo. Sei concorrenti che dovranno premere il grilletto in un gioco mortale visto in diretta da milioni di telespettatori.
Se Guttentag risulta ottimo come regista, capace di utilizzare con furbizia la mdp, in particolare durante lo show televisivo, difetta come sceneggiatore, limitando in parte il valore della pellicola soprattutto nella struttura ipotizzata nel gioco che, con alcuni stratagemmi, poteva portare a risultati decisamente migliori. I personaggi sono poco approfonditi, limitando la loro presenza alle schede di presentazione dello show. Se invece di indugiare eccessivamente sugli episodi relativi alla produzione dello show, avesse dato spazio alle vite quotidiane dei concorrenti, si sarebbe creata una maggiore empatia tra lo spettatore e questi ultimi. Infatti durante lo show finale è difficile parteggiare per uno o per l’altro essendo tutti dei perfetti sconosciuti.
“Live! - Ascolti record al primo colpo” risulta un film decisamente penalizzato dalla sceneggiatura, ma in fin dei conti cattura lo spettatore fino ai titoli di coda, grazie anche ad alcuni riusciti colpi di scena. Un film che poteva essere un ottimo prodotto, uno spunto di riflessione su questioni morali che già coinvolgono l’opinione pubblica (vedi il caso di Jade Goody, ex concorrente del Grande Fratello inglese e malata di cancro che ha venduto i diritti televisivi dei suoi ultimi giorni di vita). Alla fine però “Live! - Ascolti record al primo colpo” risulta essere davvero una piacevole sorpresa.

Voto: 60%


venerdì 6 marzo 2009

THE INTERPRETER

Locandina del film The interpreterTitolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2005
Genere: thriller
Durata: 2h10m
Regia: Sydney Pollack
Sceneggiatura: Scott Frank, Charles Randolph, Steven Zaillan
Fotografia: Darius Khondji
Musiche: James Newton Howard
Cast: Nicole Kidman, Sean Penn, Catherine Keener, Jesper Christensen, Yavan Attal, Clyde Kusatsu, Michael Wright, Hugo Speer, Maz Jobrani, Eric Keenleyside, Curtiss Cook, George Harris, Yusuf Gatewood


Trama
Silvia Broome lavora come inteprete presso l’ONU, a New York. Una sera, nel recuperare alcuni oggetti personali dimenticati nella sua cabina del suono, ascolta accidentalmente una discussione che sembra avere tutte le caratteristiche di un attentato ai danni del Presidente dello Stato africano del Matobo, un piccolo Stato africano. Silvia racconta l’episodio al servizio di sicurezza che la affida all'agente dei Servizi Segreti statunitensi Tobin Keller, il quale si dimostra però subito diffidente verso di lei, anche perché l’agente scoprirà che Silvia è un'africana bianca originaria proprio del Matobo e che sembra aver avuto in passato qualche rapporto con il presidente in pericolo di vita.

Recensione
Diretto da un maestro della regia quale Sydney Pollack, “The interpreter” è un thriller a sfondo politico che, seppur limitato da una sceneggiatura poco attendibile, fonde tematiche sociali ad scene d’azione avvincenti. La trama si mantiene interessante solo per il continuo intrecciarsi tra verità e falsità che si affacciano sul personaggio di Silvia, interpretato da una sommessa ma sempre interessante Nicole Kidman, analizzato a fondo anche se in alcuni tratti troppo forzato. Brava comunque a mantenere per l’intera pellicola l’atteggiamento duro ed introverso congeniale all’ambiguità del personaggio sulla quale si sostiene l’intera pellicola. Insufficiente la prova di Sean Penn, forse una delle più anonime della sua carriera, vittima di un personaggio stereotipato, Tobin Keller, scontroso nei modi a causa del suo cuore infranto. Al principio intento ad investigare sul passato di Silva per appurare i suoi legami con la vicenda, Tobin verrà a conoscenza di situazioni a lui molto lontane, scoprendo man mano Silvia, rimanendone fatalmente attratto: il trionfo dello stereotipo!
“The interpreter” non possiede quell’impulso necessario ad intrigare lo spettatore caricato da situazioni troppo aggrovigliate e che si risolvono con disarmante semplicità. Ne consegue che il film rimanga avvolto in una nuvola di banalità risultando un infelice minestrone all’americana in salsa internazionale.
In sintesi, “The Interpreter” pur offrendo spunti interessanti su argomenti di indubbio spessore, difetta proprio nella sua essenza di thriller, non essendo dotato di quella spinta capace di intrigare lo spettatore, penalizzato da una sceneggiatura che presenta alcune incongruenze e decisamente prevedibile. Un film sicuramente sufficiente anche se privo di quelle caratteristiche tali da farlo ricordare nel tempo.

Voto: 65%


giovedì 5 marzo 2009

E' MORTO SALVATORE SAMPERI

E’ morto all’età di 65 anni Salvatore Samperi, uno dei registi e sceneggiatori che resero famoso il genere erotico nell’Italia anni ‘70. Nato a Padova da un’agiata famiglia borghese, dopo essere stato segretario di edizione in alcuni film di Marco Ferreri, Samperi esordisce dietro la mdp nel 1968 con “Grazie zia”, un film ispirato a “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio e che ebbe un buon successo di critica e di pubblico grazie ad un mix di umorismo nero, erotismo e critica sociale, in particolare, nei confronti della famiglia borghese. Nei suoi successivi film “Cuore di mamma” (1968), “Uccidete il vitello grasso e arrosti elo” (1969) e “Beati i ricchi” (1972) perseverò nelle stesse tematiche. E’ il 1973 l’anno in cui esordisce nel cinema erotico con una delle sue pellicole più celebri, “Malizia”, interpretato da una sensuale Laura Antonelli. Nel 1976 ebbe un nuovo incredibile successo con “Sturmtruppen”, nel quale Samperi non si limitò a trasferire i fumetti di Bonvi, ma ne valorizzò le tematiche con una comicità satirica e con una buona dose di anti-militarismo. Dopo aver continuato nel genere erotico (“Casta e pura”, “Fotografando Patrizia”), ritento il successo di “Malizia” con un sequel dal titolo “Malizia 2000”, sempre con la Antonelli. Il film però ebbe pessimi risultati e segnò il termine della carriera per la sua interprete. Dopo questo insuccesso si ritirò dal cinema e solo nel 2004 ritornò alla regia dirigendo film per la tv come “Madame” con Nancy Brilli e, due anni dopo, “L’onore e il rispetto”, interpretato da Gabriel Garko e Serena Autieri.


THE WRESTLER

Locandina del film The wrestlerTitolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: drammatico
Durata: 1h45m
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Robert Siegel
Fotografia: Maryse Alberti
Musiche: Clint Mansell
Cast: Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Wass Stevens, Todd Barry, Ernest Miller, Dylan Summers, Tommy Farra, Judah Friedlander, Marcia Jean Kurtz, Mike Miller


Trama
Randy “The Ram” Robinson, campione di wrestler alla fine degli anni ’80, oggi sopravvive esibendosi in squallidi incontri nelle palestre dei licei e nelle comunità del New Jersey di fronte a pochi spettatori. Ma Randy vive per il wrestling, per il piacere del combattimento e per l’affetto dei fan che ancora lo seguono. Dopo un incontro, si accascia al suolo e viene di corsa portato in ospedale. Gli viene diagnosticato un infarto ed il medico gli impone si smettere di combattere, perché il suo cuore ormai non è più in grado di sopportare le fatiche del ring. Randy prova a iniziare una nuova vita: trova lavoro in un supermercato, tenta di riallacciare i rapporti con la figlia da lui abbandonata per molto tempo cerca l’amore di Pam, in arte Cassidy, una spogliarellista di un night club.

Recensione
Darren Aronofsky, acclamato regista di splendidi film come “Requiem for a dream” e “Pi greco - Il teorema del delirio”, abbandona il suo stile visionario e paranoico di tali pellicole e ne adotta uno più naturale e concreto per narrare in “The wrestler” la storia di un personaggio ormai lontano dal successo sportivo e mediatico. Per il ruolo del wrestler Randy “The ram” viene scelto Mickey Rourke e mai scelta fu più azzeccata: la storia di Randy sempra essere lo specchio di quella dell’attore e i segni delle sofferenze sul volto di Randy sono le stesse di Mickey. Poco considerato da importanti produttori di Hollywood, si ritrovò coinvolto in tornei di boxe illegali che a causa di un abuso di medicinali ed altre sostanze, gli rovinaro mente e fisico. Allo stesso modo, Randy era una leggenda del wrestling negli anni ’80 ma di lui oggi rimane solo l’ombra del campione, costretto disputare incontri in squallide palestre per riuscire ad arrivare alla fine del mese e passando le notti da solo in una misera roulotte.
Cercando dunque di raccontare in “The wrestler” una storia il più possibile vicino ad una dolorosa realtà, Aronofsky imbraccia la mdp e lo segue in ogni suo movimento, senza particolari artifici visivi ed un senso di realismo sorprendente. Molto curata è la sezione sonora: musica e rumori generano un’atmosfera reale e coinvolgente. Splendida è la scena in cui Randy indossa gli abiti da lavoro, inizia a camminare per i magazzini del supermercato e pian piano si ascolta in sottofondo crescere l’urlo del pubblico, come se il Randy dipendente di un supermercato, stesse in realtà salendo sul ring. Giunto alla porta che lo introduce nella parte del supermercato aperta ai clienti, il grido dei fan scompare lasciando il posto all’insopportabile musichetta che fuoriesce dagli altoparlandi del negozio.
Ogni aspetto della vita di Randy è dimostrazione del suo stato di declino ed il suo corpo pieno di cicatrici è ormai “un vecchio pezzo di carne maciullata”. Incapace di adattarsi ad una vita normale lontana dal ring, amareggiato per la mancanza di un rapporto affettivo con la figlia che ha trascurato per anni, Randy affronta però il suo senso di rammarico senza perdere il suo spirito combattivo da lottatore, ma ormai è un uomo avvolto nella sua solitudine, la stessa provada da Rourke e da lui ammessa a tutto il mondo, tanto da rimanere fortemente attaccato ai suoi affettuosi cagnolini.
Randy cerca il conforto ed il sostegno della spogliarellista Cassidy, ma è incapace di dimostrarle di essere più di un semplice cliente. Cerca di recuperare un rapporto con sua figlia, ma la ragazza è ostile e diffidente nei confronti di un padre assente per troppo tempo.
Marisa Tomei, attrice splendida a dispetto dei suoi 45 anni, è Cassidy, una spogliarellista dal cuore d’oro ormai sul viale del tramonto, con molti punti in comune con Randy. L’attrice newyorkese si dimostra perfetta nel ruolo, lasciando il segno sia fisicamente (il mondo sarebbe un posto migliore se esistessero mogli sulla soglia dei 50 anni così belle e sensuali) che nel trasmettere i sentimenti constrastanti di Cassidy.
La colonna sonora di “The wrestler” è una collection di musica hard rock degli anni ’80, composta da gruppi storici come Scorpions, Cinderella, Guns N’Roses, ma splendido è il contributo di Bruce Springsteen con il brano intitolato proprio “The Wrestler”, vincitore del Golden Globe come miglior canzone originale. Incantevole e nostalgica, la canzone in realtà pur presente nei titoli di coda del film, non è presente nella colonna sonora ufficiale del film.
“The wrestler” è un film che tutti i fan del wrestling ameranno: le arene realmente utilizzate negli incontri, wrestler famosi che appaiono durante la pellicola, le mosse studiate dai due avversari prima del match, il commercio degli antidolorifici e delle sostanze dopanti. Ma principalmente è un film splendido, il ritratto di un’America che pur uscendo ferita da difficili situazioni, riesce a farlo sempre a testa alta. Regia d’autore, interpretazioni perfette, colonna sonora trascinante ed un finale splendido fanno di “The wrestler”, un film memorabile: Leone d’Oro al Festival di Venezia; due Golden Globe (miglior attore e migliore canzone, quella di Springsteen); 3 Independent Spirit Awards (miglior film, attore protagonista e fotografia) e due nomination agli Oscar 2009 (miglior attore e migliore attrice non protagonista). Un peccato che l’intensa interpretazione di Mickey Rourke non abbia ricevuto il giusto riconoscimento al Festival di Venezia ed agli Oscar 2009.

Voto: 87%


lunedì 2 marzo 2009

"MOANA PORNO-REVOLUTION" AL TEATRO LITTA (MILANO)

“Moana Porno-Revolution” è uno spettacolo teatrale in scena a Milano, al Teatro Litta (Sala “La Cavallerizza”) dal 6 al 15 marzo 2009, con Irene Serini e Marcela Serli alla regia.
“Moana Porno-Revolution” narra la storia di Anita, una giovane mai troppo dedita al sesso che per caso legge un giornaletto porno. Anita resta terrorizzata ma entusiasmata da quella particolare “lettura”. Da un giornaletto porno incomincia dunque un viaggio nel mondo di Moana Pozzi, un mondo fatto di sesso, provocazione, perversione, ma anche di tanto amore. Un tuffo nella sessualità e nei suoi tabù, ma anche dei primi amori di Moana, dei suoi numerosi amanti, colleghi, ammiratori e fruitori di hard-core, dei suoi amici, di sua madre, per poi ritornare di nuovo al personaggio di Anita, la giovane protagonista. Una ragazza come tante, travolta inconsapevolmente dalla sua voglia di fare la propria “porno-revolution”. “Moana Porno-Revolution” è un dramma in movimento, sprovvisto di un percorso filologico e temporale, ma dai contenuti seguono un filo conduttore descritto dalla figura dell’attrice hard, una donna che considerava la lussuria non come un vizio ma piuttosto come un piacere. Moana Pozzi è stata un personaggio provocante e sconvolgente, convinta della sua professione che amava esercitare come un’arte. Così dall solitudine di una stanza, da un giornale trovato per caso e si svolge un viaggio fatto di scoperte e meraviglia. Senza alcun ovvio imbarazzo, né falsa moralità.


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