martedì 2 luglio 2013

THE BUTLER - UN MAGGIORDOMO ALLA CASA BIANCA

Titolo originale: The Butler
Nazione: USA
Anno: 2013
Genere: drammatico
Durata: 1h55m
Regia: Lee Daniels
Sceneggiatura: Lee Daniels, Danny Strong
Fotografia: Andrew Dunn
Cast: Forest Whitaker, John Cusack, James Marsden, Jane Fonda, Robin Williams, Alan Rickman, Lenny Kravitz, Alex Pettyfer, Jesse Williams, Cuba Gooding Jr., Vanessa Redgrave, Mariah Carey, Melissa Leo, Oprah Winfrey


Trama
Dopo aver visto morire suo padre in un campo di cotone del Sud, Cecil Gaines impara a fare il domestico. La sua bravura e la sua discrezione lo porteranno prima ad un lavoro in un lussuoso hotel di Washington e poi a diventare uno dei maggiordomi del presidente degli Stati Uniti. Il suo lungo soggiorno alla Casa Bianca procede di pari passo con le vicende della sua famiglia, in particolare del figlio Louis, che si unisce alla battaglia per i diritti civili dergli afroamericani.


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venerdì 15 febbraio 2013

RUSH

Rush film streaming ita
Titolo originale:
Nazione: USA
Anno: 2013
Genere: biografico
Durata: 2h03m
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Peter Morgan
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Musiche: Hans Zimmer
Cast: Chris Hemsworth, Daniel Bruehl, Olivia Wilde, Christian McKay, Pierfrancesco Favino, Natalie Dormer, Alexandra Maria Lara, James Michael Rankin, Jensen Freeman

Trama
Il racconto di una delle più celebri rivalità sportive della storia, quella tra i piloti di Formula 1 James Hunt e Niki Lauda. Nato da un ambiente privelgiato, carismatico e affascinante, Hunt non poteva essere più diverso dal metodico e riservato Lauda: la loro rivalità nacque fin dai tempi della Formual 3 e continuò per anni, fermata nemmeno dal terribile incidente che vide protagonista Lauda nel 1976 al Nürburgring.


mercoledì 13 febbraio 2013

DIANA - LA STORIA SEGRETA DI LADY D.

Il film sulla vita di Lady Diana
Titolo originale: Diana
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 2013
Genere: biografico
Durata: 1h53m
Regia: Oliver Hirschbiegel
Sceneggiatura: Stephen Jeffreys
Fotografia: Rainer Klausmann
Cast: Naomi Watts, Naveen Andrews, Douglas Hodge, Geraldine James, Juliet Stevenson, Charles Edwards, Cas Anvar, Laurence Belcher


Trama
Il film ripercorre la storia della Principessa del Galles negli ultimi anni della sua vita e racconta in particolare della sua relazione con il medico di origine pakistana Hasnat Kahn. Il film mostra come trovare la felicità interiore le abbia consentito anche di raggiungere i suoi più grandi successi a livello pubblico.


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domenica 29 gennaio 2012

THE IRON LADY

Recensione The Iron Lady
Titolo originale: id.
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 2011
Genere: biografico
Durata: 1h45m
Regia: Phyllida Lloyd
Sceneggiatura: Abi Morgan
Fotografia: Elliot Davis
Musiche: Clint Mansell, Thomas Newman
Cast: Meryl Streep, Jim Broadbent, Susan Brown, Olivia Colman, Anthony Head, Harry Lloyd, Alice da Cunha, Phoebe Waller-Bridge, Iain Glen, Alexandra Roach, Victoria Bewick, Emma Dewhurst, Amanda Root, Eloise Webb, Alexander Beardsley, Nicholas Farrell, John Sessions, Julian Wadham, Richard E. Grant, Angus Wright, Roger Allam

Trama
The Iron Lady è Margaret Thatcher, ex Primo Ministro britannico, ormai ottantenne, in ritiro nella sua casa in Chester Square, a Londra. Dopo diversi anni dalla morte del marito Denis, la donna finalmente decide di sgombrare il suo guardaroba. Questo le risveglia una serie di ricordi e di emozioni al punto tale che Denis le appare, tale e quale com’era in vita: schietto, affettuoso e indisponente. Lo stato non troppo normale di Margaret peggiora durante la cena: la donna intrattiene i suoi ospiti deliziandoli al solito, ma a un tratto si distrae ricordando la cena durante la quale conobbe Denis 60 anni prima. Il giorno dopo, Carol convince sua madre a farsi vedere da un medico. Margaret sostiene di stare bene e inizia a raccontare al medico i ricordi dei momenti più importanti della sua vita.

Recensione
Margaret Hilda Thatcher nata Roberts, Baronessa Thatcher di Kesteven, è stata ininterrottamente primo ministro britannico dal 1979 al 1990. Donna determinata e ferrea, tanto che nel 1976 dopo aver tenuto un celebre discorso in cui attaccava duramente l'URSS, un giornale russo commento il suo intervento rivolgersi a lei con il termine “The Iron Lady”, la “Lady di ferro”, soprannome che si portò dietro per tutta la sua vita.
In “The Iron Lady” il termine “biografia” viene applicato molto liberamente, dal momento che gran parte del film si svolge ai giorni nostri, mostrando una donna affetta da demenza senile che parla con il marito morto. Mancanza di rispetto per la donna che riuscì a primeggiare in un mondo dominato dagli uomini? Forse sì, ma c'è anche un certo compiacimento che farà storcere il naso ai tanti avversari della Lady di Ferro. La verità è che “The Iron Lady” è una biografia imperfetta. Vengono raccontati gli eventi più importanti della Lady di ferro senza mai approfondire alcun aspetto. Lo spettatore, già confuso dai continui flashback, non riesce a comprendere cosa abbia davvero fatto la Thatcher, quale sia stato il suo contributo. C’è la Guerra delle Falkland, ma non vengono spiegati i motivi né come tale operazione militare ridiede forza al suo governo; ci sono le battaglie con i sindacati senza darne una minima valutazione; ci sono le contestazioni di piazza ma, come per magia, il ministro veniva sempre rieletto.
Phyllida Lloyd, dopo l’esordio al cinema con “Mamma mia”, credeva di poter ripetere la stessa formula prendendo di nuovo un talento unico come Meryl Streep e confidare totalmente nelle sue doti. Il personaggio è cucito addosso all’attrice, identica sia nell’aspetto che nelle movenze. Ammirare l’ennesima interpretazione magistrale è l’unico motivo per andare a vedere “The Iron Lady”. Praticamente perfetta. Tuttavia, se si ha intenzione di vedere un film-documentario, sarà di sicuro una cocente delusione. Non si impara nulla sulla Thatcher, tranne che era appassionata di politica e che tale passione rovinò i suoi rapporti familiari. Discreto anche il resto del cast. In particolare, Alexandra Roach, all’esordio al cinema, è una convincente giovane Thatcher.
“The Iron Lady” finisce per essere una storia biografica priva di informazioni valide sul personaggio e un racconto senza profondità o coinvolgimento. Colpa forse della paura di schierarsi apertamente nei confronti di un personaggio che, a causa del suo immenso potere, è sempre stato oggetto di critiche e di accese discussioni. Facile, dunque, ripiegare sul lato umano e privato del personaggio, cosa che tuttavia non ce lo restituisce con completezza. D’altro canto “The Iron Lady” ci consegna almeno una Meryl Streep meravigliosa come sempre, anche se in questa occasione sua bravura evapora subito come l’acqua che cade sulla sabbia del deserto.

Voto: 53%

Trailer “The Iron Lady”


venerdì 13 gennaio 2012

J. EDGAR

J. Edgar recensione film
Titolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2011
Genere: biografico, drammatico
Durata: 1h57m
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Dustin Lance Black
Fotografia: Tom Stern
Musiche: Clint Eastwood
Cast: Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Cheryl Lawson, Kaitlyn Dever, Brady Matthews, Gunner Wright, David A. Cooper, Ed Westwick, Kelly Lester, Jack Donner, Dylan Burns, Jordan Bridges


Trama
J. Edgar Hoover è stato per 48 anni l’uomo più potente degli Stati Uniti. A capo dell’FBI fino alla morte, Hoover ha combattuto chiunque minasse la sicurezza del suo paese. Hoover ha contrastato minacce sia vere che inesistenti, spesso infrangendo la legge col fine di proteggere i suoi concittadini. J. Edgar Hoover ossessionato dal suo lavoro e dalla madre, una donna cinica e determinata a vedere il figlio primeggiare. Nessun amico se non il suo collega, e presunto amante, Clyde Tolson, Hoover era temuto da tutti anche perché chi si metteva contro di lui rischiava di essere messo alla gogna a causa delle numerose informazioni riservate che teneva nascoste pronto a ricattare chiunque.

Recensione
Chi è J. Edgar? A molti questo nome dirà poco o nulla. Per quasi mezzo secolo, J. Edgar Hoover è stato l’uomo più potente e temuto degli Stati Uniti d’America, capo Federal Bureau of Intelligence (F.B.I.). I presidenti cambiavano, Hoover era sempre lì al suo posto, tormentato dall’appassionata quanto fanatica ricerca di un nemico interno al Paese: prima i comunisti, poi i gangster, infine il leader nero Martin Luther King. Non avrebbe fatto sconti neanche alla famiglia Kennedy se avesse ostacolato le sue attività.
“J. Edgar” si presentava, così, un progetto molto ambizioso. Clint Eastwood doveva raccontare un periodo controverso della storia americana attraverso le memorie di uno degli artefici di questo difficile clima. Un progetto che richiedeva un complesso lavoro di ricostruzione perché poteva limitarsi al classico biopic. La vita di J. Edgar Hoover è stata una fitta ragnatela di relazioni con altri uomini potenti, criminali e non, e di rapporti personali, pochi ma determinanti, che influirono sulla sua personalità e sulle sue scelte. Ebbene, dopo il mediocre “HereafterClint Eastwood compie un altro passo falso.  Sarà stato per un personaggio discutibile del quale che non può suscitare simpatia, ma la narrazione fredda e didascalica fa di “J. Edgar” un film privo di empatia.
Cosa sappiamo in più di J. Edgar Hoover alla fine del film? Che era un uomo tanto potente quanto temibile: o eri con lui, o rischiavi di essere fatto fuori; un uomo ossessionato dal lavoro, privo di vita sociale; una mente geniale capace di riorganizzare la lotta contro il crimine; un paranoico che si creava nemici da combattere; un razzista totale perché arrivava a disprezzare anche se stesso e la sua bassa statura; un esaltato dall’idea dell’immortalità tanto da inettarsi durante la sua vecchiaia soluzioni vitaminiche nel sangue. La sua omosessualità non aggiunge nulla e nel rapporto con la madre appare più mammone che vittima di un più profondo complesso edipico (inquietante la sequenza del ballo con la madre). Tanto potente in pubblico, tanto fragile in privato, nei confronti delle donne e della madre, donna cinica e spietata tanto da affermare di preferire un figlio morto che omosessuale.
La sceneggiatura di “J. Edgar” porta la firma dell’attivista gay Dustin Lance Black, lo stesso che aveva descritto in “Milk” un’altra influente figura omosessuale: un ritratto privo di enfasi perché erano le sue battaglie politiche a parlare per lui. I continui salti temporali accompagnati dalla voce narrante, spesso fastidiosa, appaiono totalmente sbilanciati nonché fuorianti. Non aggiungono dinamismo alla storia, rendendola ancor più pesante. Perché infastidisce quella voce narrante dell’anziano Hoover? Eppure la voce è affidata a Francesco Pezzulli, storico doppiatore di Leonardo DiCaprio che da “Titanic” non se ne era mai distaccato. Pezzulli si limita a gonfiare il petto emettendo una voce impostata: lo stesso che farebbe, per gioco, un bambino. Il risultato è chiaramente risibile. Ancor peggio è il make-up utilizzato per invecchiare Leonardo di Caprio e Armie Hammer (Clyde Tolson): inguardabile, da cinema amatoriale. A parte DiCaprio, sempre “titanico”, il resto del cast recita troppo in sordina come se temessero davvero l’ingombrante presenza di Hoover. Anche Naomi Watts appare troppo timida. Nel suo caso, almeno, la versione “anziana” è decente. Julie Dench, nei panni della madre, entra bene nel personaggio pur non lasciando nulla che da ricordare ai posteri.
A supporto della storia una colonna sonora quasi inesistente, qualche nota di un pianoforte suonato dallo stesso Clint Eastwood.
In poche parole, “J. Edgar” non è un film da consigliare. Non è il film che ci si attende da un regista che ha realizzato film come “Gli spietati”, “Mystic River”, “Million Dollar Baby”, “Changeling” e “Gran Torino”. Narrazione troppo distaccata, mancanza di ritmo, eccessiva caricatura dei personaggi. L’incedere lento della storia appare inutile, perché c’è poco materiale valido su cui riflettere. L’unico a salvarsi è proprio quel Leonardo DiCaprio finora sempre snobbato dall’Accademy Award.

Voto: 46%


giovedì 20 gennaio 2011

VALLANZASCA - GLI ANGELI DEL MALE

Vallanzasca - Gli angeli del male
Titolo originale: id.
Nazione: Francia, Italia, Romania
Anno: 2010
Genere: biografico, poliziesco
Durata: 2h05m
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Andrea Leanza, Antonio Leotti, Michele Placido, Kim Rossi Stuart, Toni Trupia,
Fotografia: Arnaldo Catinari
Musiche: Negramaro
Cast: Kim Rossi Stuart, Valeria Solarino, Filippo Timi, Moritz Bleibtreu, Paz Vega, Francesco Scianna, Paolo Mazzarelli, Lorenzo Gleijeses, Gaetano Bruno, Nicola Acunzo, Lino Guanciale, Stefano Chiodaroli, Monica Barladeanu


Trama
1981. Renato Vallanzasca è rinchiuso in una cella del carcere di Ariano Irpino. La sua attitudine al crimine era chiara fin da bambino: a nove anni, infatti, con la sua banda composta dagli amichetti Enzo, Giorgio e Antonella, la sua sorella venuta da Napoli, libera una tigre da un circo. Quella bravata gli apre le porte del carcere minorile. Una volta uscito, Renato non è una persona redenta, anzi inizia una serie di attività criminali fatta rapine, sequestri ed omicidi. Nasce così la famigerata “banda della Comasina” e Renato Vallanzasca è il suo indiscusso leader.

Recensione
Dopo “Romanzo criminale”, Michele Placido ritorna con un altro crime movie, “Vallanzasca - Gli angeli del male”. Al di là delle polemiche nate intorno al film per la presunta mitizzazione di un efferato criminale, Placido mostra una storia cruenta ma, senza dubbio, affascinante. Una storia che non poteva rimanere a lungo lontana dal cinema. Anche l’Italia, come la Francia, ha il suo Jacques Mesrine, raccontato da Jean-François Richet nei due film, “Nemico pubblico n.1 - Istinto di morte” e “Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga”. Due personaggi crudeli, ma che nonostante la loro efferatezza affascinarono l’opinione pubblica per il loro carattere sfacciato ed affascinante.
Michele Placido ha il merito di restituire il vero personaggio, rubato nel 1977 da Matteo Bianchi con il film “La banda Vallanzasca” che nulla aveva a che vedere con il bandito italiano. “Vallanzasca - Gli angeli del male” racconta con discreta cura la vita, gli amori e le attività criminali di Renato Vallanzasca, il boss della banda della Comasina che sconvolse Milano e l’Italia intera tra gli anni ‘70 e la prima metà degli ‘80. A differenza di “Romanzo criminale”, dove veniva raccontata la storia della banda della Magliana e le relazioni con la scena sociale e politica del tempo, in “Vallanzasca - Gli angeli del male” viene mostrato il bandito e le sue gesta, senza alcun riferimento agli avvenimenti politici italiani degli anni della sua attività criminale.
Basandosi sull’autobiografia di Vallanzasca scritta assieme a Carlo Bonini e da un soggetto di Andrea Purgatori e Angelo Pasquini, il team composto Michele Placido, Kim Rossi Stuart, Antonio Leotti, Toni Trupia e Andrea Leanza, con la collaborazione di Antonella D’Agostino, amica di Vallanzasca, interpretata nel film da una valente Paz Vega, realizza una sceneggiatura molto semplice e lineare, ma non per questo, ricca di interessanti episodi. Ci sono tutti i momenti più importanti della vita di Vallanzasca che tra rapine, sequestri, processi, regolamenti di conti fuori e dentro il carcere, interviste alla stampa, delineano con dovizia il personaggio senza offrire considerazioni ed approfondimenti sul personaggio e le sue motivazioni. Lo stesso Vallanzasca frena ogni possibile analisi psicologica, affermando: “Io sono nato per fare il ladro”. Ottimi i dialoghi, il film offre alcune battute davvero notevoli, tra tutte: “Le armi non servono a sparare, le armi servono a spaventare” e “Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato”.
Michele Placido sceglie Kim Rossi Stuart nel ruolo di Vallanzasca. Già presente come il “Freddo” in “Romanzo criminale”, l’attore si rifà a quel personaggio caricandolo della personalità di leader. Ne esce fuori un Vallanzasca credibile nei gesti e nelle modalità di azione. Nel cast anche, oltre alla già citata Paz Vega, troviamo Valeria Solarino (qui incredibilmente somigliante a Florinda Bolkan), Filippo Timi (in alcuni momenti un po’ eccessivo), Paolo Mazzarelli (un freddo e glaciale Beppe), Moritz Bleibtreu, Francesco Scianna (splendido il rapporto, di odio prima e di fraterna amicizia poi, tra il suo Francis Turatello e Renato Vallanzasca), Lorenzo Gleijeses (per fortuna sempre più presente nel cinema).
Perfetta la ricostruzione storica, dagli esterni con tutte le auto d’epoca alle scenografie interne e il look (capelli ed abiti) dei protagonisti. Appropriata la colonna sonora dei Negramaro, alla loro prima realizzazione per il cinema come gruppo.
Al di là delle polemiche che può suscitare, “Vallanzasca - gli angeli del male” è un bel film che si distingue per una regia è lineare e funzionale nella ricerca di costruire un personaggio senza scadere nel docufiction tv. Il ritmo è incalzante, ben realizzati gli scontri a fuoco e i corpo a corpo nelle carceri. Ottimo il cast nel quale spicca un bravissimo Kim Rossi Stuart. Una conferma per Michele Placido, il regista che più merita il titolo di erede del genere poliziesco (e poliziottesco) italiano che anni e anni fa ebbe grande successo grazie a registi come Umberto Lenzi, Stelvio Massi e Carlo Lizzani.

Voto: 80%


giovedì 11 novembre 2010

THE SOCIAL NETWORK

Titolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: biografico, drammatico
Durata: 2h01m
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Fotografia: Jeff Cronenweth
Musiche: Trent Reznor, Atticus Ross
Cast: Jesse Eisenberg, Rooney Mara, Bryan Barter, Justin Timberlake, Dustin Fitzsimons, Patrick Mapel, Andrew Garfield, Joseph Mazzello, Toby Meuli, Alecia Svensen, Aria Noelle Curzon, Calvin Dean, Denise Grayson, John Getz


Trama
Mark Zuckerberg è uno studente all’università di Harvard. E’ un ottimo programmatore ma non gode di popolarità. Nessuna associazione studentesca lo ha accettato e viene improvvisamente. Nell’arco di una notte Zuckerberg crea FaceMash, un sito dove vengono messe a confronto le foto delle studentesse di Harvard e dove gli utenti possono votare la più bella tra due ragazze, scelte a caso di volta in volta. Il sito viene talmente visitato da mandare in tilt la rete universitaria. Anche se la storia lo mette nei guai con l’università, viene notato dai gemelli Cameron e i loro soci, alla ricerca di un programmatore per “Harvard Connection”, un sito che connetta online gli studenti di Harvard. Poco dopo il colloquio con i gemelli e l’accordo con questi, Zuckerberg chiede al suo amico Eduardo Saverin mille dollari per finanziare il progetto di “Thefacebook”, un sito concettualmente molto (troppo) simile a quello appena propostogli, in cambio del 30% dei profitti. Nasce così la storia di Facebook, il social network più famoso al mondo.

Recensione
Facebook in pochi anni è divenuto il fenomeno sociale più famoso al mondo. Narrarne la storia al cinema, sfruttandone la popolarità, poteva sembrare un’operazione commerciale priva di ogni valore cinematografico. Se però la regia del film, dal titolo “The social network” porta la firma di David Fincher, autore di perle come “Se7en”, “The game - Nessuna regola” e “Fight Club”, era lecito aspettarsi qualcosa di notevole. Ed, infatti, il film mostra le qualità tipiche dei film girati dal regista californiano. In primis, il film può, a tutti gli effetti, si pregia di eccezionali qualità tecniche. Il direttore della fotografia Jeff Cronenweth, lavorando in piena sintonia con Fincher, già con lui nei film “Fight Club” e in “Se7en”, si rende autore di una fotografia splendida nonostante gran parte delle scene, girate in notturna, siano prive di sufficiente luminosità. Molto è dovuto all’utilizzo della Red One, videocamera digitale che consente di realizzare riprese con un’ampia profondità di campo senza perdere nulla in termini di illuminazione.
Partendo dal libro “Miliardari per caso” di Ben Mezrich, lo sceneggiatore Aaron Sorkin costruisce una storia semplice ma accattivante. Dal punto di vista strutturale si avvale in modo efficace dei flashback: partendo dalle deposizioni di Zuckerberg e degli altri attori della causa che lo vide citato per plagi, introducendo i vari personaggi e gli eventi che li hanno visti protagonisti. discussione. Il mistero attorno al personaggio di Zuckerberg si dissolve man mano che la sua creatura, Facebook, cresce. Sorkin dimostra anche una acuta conoscenza della costruzione dei personaggi, creando un protagonista odioso ma frustrate, ma del quale si può provare anche una certa simpatia, perché privo di “certezze sociali” (sex appeal con le donne e popolarità tra gli amici) che lo accomunano a molti. C’è il rispetto per un ragazzo che, nel bene e nel male, è riuscito a realizzare la sua idea: la creazione di un sistema di amicizie che andasse oltre il fenomeno delle confraternite dei college americane, troppo elitarie e discriminanti. “The social network” descrive la storia di un ragazzo che ha esteso il concetto dell’amicizia, dando la possibilità di ritrovare persone perse nel passato di ognuno oppure di ritrovare con facilità la ragazza conosciuta ad una festa. Dopo aver costruito il suo impero basato sulle relazioni sociali, il ragazzo però rimane un ragazzo solo, incapace di socializzare nel senso più tradizionale: il nerd rimane nerd, anche se pieno di soldi. Piace anche il modo in cui ha riportata sullo schermo la componente ironica presente nel libro: dai colloqui fatti a base di alcool, agli uffici/casa con piscina con tanto di feste, ai biglietti da visita irriverenti. I dialoghi, privi di termini “facebookiani” o da web 2.0 (se non per un “ti taggo” e poco altro), offrono spunti su tante tematiche senza mai annoiare con discorsi prolissi e poco comprensibili.
“The social network” è anche una ottima vetrina per il cast, un gruppo eclettico ed interessante di giovani attori. Fincher, che ha peso sufficiente per ottenere i più grandi nomi dello star business cinematografico, ha preferito attori emergenti o del tutto sconosciuti. Jesse Eisenberg, attore in diversi film di qualità ma mai divenuti dei blockbuster, interpreta Zuckerberg come un freddo e determinato geek, ottimista e lungimirante. Il suo sguardo spesso perso nel vuoto, i suoi silenzi, descrivono il suo senso di vuoto e di incapacità di risolvere le sue distanze sociali se non attraverso l’utilizzo della tecnologia. L’amico Eduardo Saverin, interpretato brillantemente da Andrew Garfield, è un personaggio molto più simpatico, cordiale ed attraente, tratti utili ad aumentare l’impatto della tragedia causata dal tradimento di Zuckerberg che ha distrutto loro amicizia. Justin Timberlake, ormai sempre più attore e sempre più bravo, appare un tantino troppo sbarbatello da dare l’impressione che il suo Sean Parker, parner finanziario di Shawn Fanning, creatore di Napster, sia in realtà la pedina fondamentale che diede il via al passaggio di Facebook da un target universitario ad uno planetario.
Dopo aver visto “The social network” sarà evidente che il film non si limita ad essere la storia della fondazione di Facebook. E’ una storia di amicizia, di ambizione e di tradimento, la storia di un ragazzo le cui azioni hanno mandato in rovina tutte le sue relazioni sociali (quelle poche che aveva), in particolare quella con il suo migliore amico e partner d’affari. E’ la storia di come un’idea, originata da motivi del tutto personali, sia diventata, per caso e per astuzia, uno dei più grandi successi economici mondiali.
“The social network” è un film incredibilmente accattivante che, pur ruotando essenzialmente attorno all’invenzione di Facebook, si concentra molto sull’essere umano: come essere accettati dagli altri e sentirsi parte di un gruppo; l’amicizia e come gli interessi personali possano corromperle; come un’idea si può trasformare in un’impresa di successo attraverso capacità creative, di vendita e di gestione. “The Social Network” è un trionfo sotto tutti gli aspetti: recitazione, sceneggiatura e regia. Non definisce soltanto il concetto di social networking, ma la generazione che se ne nutre. Una generazione fatta di relazioni sociali. Tutti possono rapportarsi alla storia in un modo o nell’altro, il che rende il film assolutamente da vedere.

Voto: 88%


sabato 30 ottobre 2010

HOUDINI - L'ULTIMO MAGO

HoudiniTitolo originale: Death defying acts
Nazione: Australia, Gran Bretagna
Anno: 2007
Genere: biografico, sentimentale
Durata: 1h37
Regia: Gillian Armstrong
Sceneggiatura: Tony Grisoni, Brian Ward
Fotografia: Haris Zambarloukos
Musiche: Cezary Skubiszewski
Cast: Guy Pearce, Catherine Zeta-Jones, Timothy Spall, Saoirse Ronan, Malcolm Shields, Leni Harper, Ralph Riach, Olivia Darnley, Anthony O'Donnell, Billy McColl, James Holmes, Melanie Harris


Trama
Nel 1926, Harry Houdini arriva in Scozia per una serie di spettacoli. Intenzionato a sconfessare tutti i medium truffatori, mette in palio €10.000 a chiunque riesca a riportargli le ultime parole della madre dette sul letto di morte. Houdini verrà avvicinato da Mary McGarvie, una splendida donna sensitiva. Mary è, in un primo momento, intenzionata a truffarlo ma tra i due nasce ben presto una storia d'amore.

Recensione
Henry Houdini è stato il personaggio di spettacolo più famoso di inizio secolo. Le sue magie, o meglio, i suoi giochi di prestigio e di illusione appassionavano un gran numero di spettatori. La regista Gillian Armstrong decide però di concentrarsi non sull’aspetto spettacolare del personaggio, bensì sulla sua sfera privata. Priva forse una seria documentazione sul personaggio, la Armstrong realizza un film che ben poco narra della storia di Houdini e quel poco che offre è confusionario e poco interessante. “Houdini - L’ultimo mago” risulta così un film su una storia d’amore, per giunta, improbabile. Manca l’alchimia tra i personaggi e gli attori che li interpretano: Guy Pearce eccede in caratteristiche poco interessanti di Houdini e Catherine Zeta-Jones recita in modo sommesso, non riuscendo a far leva sul personaggio e sulla sua storia che, a prima vista, sembrava essere più interessante di quella del protagonista del film. La giovane Saoirse Ronan, invece, incanta. Con naturalezza e determinazione si rende carico di tutta la pellicola. Ma fa quello che può e la sua poca esperienza non può portare ad eccelsi risultati.
Chi si aspetta le mirabili avventure di Houdini è meglio che eviti questo film. “Houdini - L’ultimo mago” è soltanto un modesto film romantico che acquista qualche merito per l’ottima ambientazione in cui si svolge.

Voto: 55%

Trailer “Houdini - L’ultimo mago”


venerdì 6 novembre 2009

NEMICO PUBBLICO

Locandina del film Nemico PubblicoTitolo originale: Public enemies
Nazione: USA
Anno: 2009
Genere: azione, biografico
Durata: 2h20m
Regia: Michael Mann
Sceneggiatura: Ronan Bennett, Ann Biderman, Michael Mann
Fotografia: Dante Spinotti
Musiche: Elliot Goldenthal
Cast: Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Stephen Dorff, Giovanni Ribisi, Billy Crudup, Diana Krall, James Russo, Channing Tatum, David Wenham, Leelee Sobieski, Christian Stolte, Jason Clarke, John Kishline, Wesley Walker


Trama
Nell’America degli anni ’30 colpita dalla Grande Depressione, John Dillinger dettò la sua legge, fatta di rapine in banca. L’FBI lo considerò il nemico pubblico n.1 ed Edgar J. Hoover, direttore dell’agenzia federale, organizzò un’apposita squadra capitanata da Malvin Purvis. Dillinger fu un criminale molto popolare per la sua capacità di rapinare banche in un minuto e quaranta secondi, e di evadere da qualsiasi prigione. Carismatico, amante della bella vita e delle donne, in particolare di Billie Frechette, un’umile ragazza di origini francesi ed indiane. Dillinger fu per lungo tempo un obiettivo imprendibile per l’FBI e per l’agente Purvis, capace di qualunque cosa pur di catturarlo.

Recensione
“Nemico pubblico” è il film che racconta la storia di John Dillinger, il più famoso rapinatore di banche durante la Grande Depressione. Dillinger, seppur spietato criminale, era una sorta di eroe agli occhi di molti che, in quel difficile periodo economico, avevano perso tutto a causa del tracollo della borsa e delle banche. Divenne un moderno Robin Hood, in particolare per la sua abitudine di non rubare i soldi dei clienti durante le rapine e di dare fuoco ai registri nei quali erano annotati i debiti di quanti erano ormai costretti ad enormi sacrifici in quegli anni di crisi. Il regista Michael Mann non racconta l’intera biografia del criminale, né analizza le motivazioni che lo hanno portato a diventare un fuorilegge. Tutta la storia pregressa di Dillinger viene brevemente riportata nelle parole che lo stesso protagonista rivolge a Billie Frechette, la donna che amò con passione, durante uno dei primi incontri: “Sono cresciuto in una fattoria a Moooresville, Indiana. Mia madre ci lasciò quando avevo tre anni e mio padre mi picchiava perché non conosceva un metodo migliore per crescermi. Mi piace il baseball, il cinema, gli abiti raffinati, le macchine veloci e te. Cos’altro c’è da sapere?”. Il principale interesse è quello di raccontare gli ultimi episodi della vita di Dillinger, quelli più avvincenti: le evasioni dalle prigioni, la creazione della squadra capitanata dall’agente Melvin Purvise e l’amore per Billie Frechette. L’assenza di un racconto dei fatti pregressi e sui personaggi che ruotarono intorno alla figura di Dillinger creerà quasi certamente molta confusione allo spettatore che poco conosce le vicende del criminale americano. La sceneggiatura, tratta dal libro di Brian Burrough “Public Enemies: America’s Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933-34”, riduce troppo la mole di fatti accaduti nell’ultimo anno e mezzo della vita di Dillinger. Il libro, infatti, nacque come sceneggiatura commissionata a Burrough dall’emittente HBO per una miniserie televisiva ed è stato impossibile per Mann e per gli altri sceneggiatori sintetizzare compiutamente il tutto nelle quasi due ore e mezzo di pellicola. D’altra parte c’è tanta qualità registica in “Nemico pubblico”, con la mdp di Mann che segue i personaggi alternando primissimi piani a riprese delle intere location, magistralmente ricostruite. Ottima allo scopo anche la fotografia di Dante Spinotti, apprezzabile in particolar modo in alta definizione (“Nemico pubblico” è interamente realizzato in digitale). Messo dunque un po’ da parte il lavoro sullo script, Mann si è concentrato sulla regia, realizzando alcune scene eccezionali: le lunghe sparatorie tengono lo spettatore con il fiato sospeso e la scena finale chiude la storia con la crudezza ed il realismo che ha contraddistinto tutta la pellicola.
Johnny Depp impersona John Dillinger in modo monocorde. Sebbene Dillinger avesse uno sguardo duro e freddo, le espressioni assunte sono praticamente le stesse sia se si trovi nel letto con Billie che si trovi nelle sparatorie con la polizia, con i proiettili che fischiano a pochi centimetri. Non basta il riuscitissimo sguardo compiaciuto che affibbia al criminale mentre guarda al cinema “Le due strade”, un film di gangster con Clark Gable, rivedendo le sue capacità criminali riportate sul grande schermo. Splendida invece l’interpretazione di Christian Bale: introverso, determinato, preciso nelle espressioni, uno spietato anti-eroe (buono), un antagonista efficace in un dualismo che ricorda (chiaramente in maniera molto ridotta) quello di Al Pacino / De Niro in “The heat”, capolavoro assoluto di Mann. Marion Cotillard, reduce da un meritato premio Oscar con il film “La vie en rose”, conferma le sue doti nel personaggio di Billie, innamorata di John, ma consapevole del destino che attende il loro amore.
“Nemico pubblico” è un film di gangster ben realizzato sia nelle location che nelle scene d’azione, ma che perde nel carattere biografico del personaggio che deve raccontare e nel mancato approfondimento dei personaggi secondari. La sceneggiatura troppo magra e poco suggestiva che si riduce ad una fredda cronaca dei fatti non trascina il film al livello che una vera storia, così affascinante, poteva offrire. Nonostante tutto, un buon film.

Voto: 70%


mercoledì 13 maggio 2009

LA RICERCA DELLA FELICITA'

Locandina del film La ricerca della felicitàTitolo originale: The pursuit of happyness
Nazione: USA
Anno: 2006
Genere: biografico, drammatico
Durata: 1h57m
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Steve Conrad
Fotografia: Phedon Papamichael
Musiche: Andrea Guerra
Cast: Will Smith, Thandie Newton, Jaden Smith, Dan Castellaneta, Brian Howe, James Karen, Kurt Fuller, Takayo Fischer, Domenic Bove, Geoff Callan, George Cheung, Joyful Raven, Eric Schniewind, David Michael Silverman, Kevin West, Scott Klace


Trama
Chris Gardner vive a San Francisco, ha un bambino di cinque anni tenero ed intelligente. I rapporti con la sua compagna non sono ottimi anche perché Chris riesce a malapena ad arrivare alla fine del mese. Malgrado gli apprezzabili tentativi di mantenere in piedi la sua famiglia, la madre di suo figlio decide di andarsene e tentare la fortuna a New York. Un giorno si ferma ad osservare un uomo con un bel completo che posteggia un’auto di valore di fronte ad un edificio. Rimane conquistato da quegli uomini d’affari che entrano ed escono da quell’edificio. Tutti sembrano felici e Chris comprende che esiste un modo per diventarlo. Decide di provarci e riesce ad ottenere un posto da stagista, ma non percepirà nulla durante lo stage e neanche ha la sicurezza che al termine del corso avrà il posto tanto desiderato. La sua voglia di ottenere qualcosa di importante sta rischiando di rovinargli la vita: rimasto senza uno stipendio, viene sfrattato di casa e le cose per lui ed il figlio diventano sempre più difficili.

Recensione
Gabriele Muccino si trasferisce negli Stati Uniti e complice Will Smith, realizza “La ricerca della felicità”, film intenso e drammatico tratto dal libro biografico di Chris Gardner che durante negli anni ’80 visse un’avventura personale fatta di forte miseria, senza una fissa dimora e con il figlio di cinque anni. Dopo il successo di critica e di pubblico de “L’ultimo bacio” ed il successivo “Ricordati di me”, rappresentazione delle vacuità del mondo patinato della televisione, ma sempre colmo di riferimenti a drammi giovanili e familiari, Muccino si fa notare nientemeno che da Will Smith che ne apprezza le capacità registiche e lo vuole per un film da lui interpretato. Fortunatamente, seppur ricolmo di mezzi e di danaro, Muccino si presenta con opportuna modestia e con fare misurato dirige il film alla sua maniera adattandosi però alla nuova situazione nonché all’esperienza di Will Smith. Le discussioni domestiche tra Chris e sua moglie, con il figlio impassibile spettatore, ricordano molto quelle già trattate nei suoi precedenti film attraverso un isterico movimento della mdp, spesso a spalla. “La ricerca della felicità” è un film commovente, mai patetico, narrato in modo composto e lento, ma attraverso la sua lentezza si acuiscono l’angoscia di Chris durante la sua difficile storia, un po’ secondo quelle che erano i metodi del cinema neorealista italiano. Basandosi su una sceneggiatura scritta da Steve Conrad, Muccino concentra l’attenzione sul rapporto padre-figlio, puntando anche sull’affiatamento tra Will Smith e suo figlio Jaden. Diversi i momenti commoventi che fanno comprendere le difficoltà del momento grazie anche ad una matura interpretazione di Will Smith: lo sguardo attonito quando la moglie gli comunica la sua intenzione di trasferirsi a New York e le sue lacrime nel bagno della metropolitana sono momenti di intensità interpretativa.
Ottima la fotografia di Phedon Papamichael, una ricostruzione di San Francisco degli anni ’80 fedele anche per l’ottimo impianto scenico realizzato da Lauri Gaffin.
“La ricerca della felicità” è un film che attraverso un’accurata visione della famiglia, il lavoro e la società in genere, consolida il grande mito americano identificandolo con il raggiungimento della felicità. La felicità non è il denaro, ma riuscire a raggiungere i propri obiettivi mediante il duro lavoro, conservando la propria dignità anche quando non si ha nulla, neanche un posto per dormire. Insomma, un film che è il ritratto di un’America spietata verso i “losers”, ma disposta a premiare gli individui determinati ad emergere contando soltanto sulle proprie forze. Un ottimo esordio americano per Gabriele Muccino.

Voto: 83%


venerdì 24 aprile 2009

NEMICO PUBBLICO N.1 - L'ORA DELLA FUGA

Locandina del film Nemico pubblico n.1 - L’ora della fugaTitolo originale: L’ennemi public n.1
Nazione: Canada, Francia, Italia
Anno: 2008
Genere: biografico, poliziesco
Durata: 2h10m
Regia: Jean-François Richet
Sceneggiatura: Abdel Raouf Dafri, Jean-François Richet
Fotografia: Robert Gantz
Musiche: Marco Beltrami, Marcus Trumpp
Cast: Vincent Cassel, Ludivine Sagnier, Mathieu Amalric, Olivier Gourmet, Gerard Lanvin, Samuel Le Bihan, Myriam Boyer, Michel Duchaussoy, Georges Wilson, Laure Marsac, Alain Doutey


Trama
Jacques Mesrine rientra in Francia dopo aver trascorso un periodo della sua vita in Canada. Stringe di nuovo le sue amicizie criminali e progetta alcune rapine in banca. Pur dimostrando di essere superiore alle forze dell’ordine francesi si ritrova più volte in prigione, riuscendo ad evadere in ogni occasione. Durante il suo ultimo progetto di evasione, fa amicizia con François, un uomo scaltro e di poche parole. Mesrine diventa un mito: la sua autobiografia ha successo, inizia la sua campagna mediatica dipingendosi come un estremista politico e conosce Sylvia con la quale stringe un’intensa relazione con una nuova compagna Sylvia. La sua guerra contro la polizia francese continua.

Recensione
“Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga” è il secondo ed ultimo episodio della saga di Jacques Mesrine, uno dei criminali più efferati che la Francia ricordi. Il film inizia nel punto in cui termina la prima parte, intitolata “Nemico pubblico n.1 - Istinto di morte”, mantenendo però una sua autonomia narrativa. I personaggi che ruotano intorno a Mesrine sono infatti cambiati, così come il cast: a Gerard Depardieu e Cecile De France subentrano Mathieu Amalric (l’introverso ed freddo François) e Ludivine Sagnier (l’efebica gattina che sarà l’ultima donna della sua vita). Ormai abbandonato un gruppo criminale, Mesrine è un uomo solo, circondato da pedine che man mano si allontanano per la sua incapacità di controllare impulsività e mania di grandezza. Si fa beffe della polizia e del sistema giudiziario trasformando i suoi processi in veri e propri show televisivi. Gioca con i media offrendo interviste in esclusiva, capaci di trasformare un rapinatore di banche in una leggenda, un personaggio che affascina l’opinione pubblica. Assurdo come, spinto dalla sua vanagloria, si accusi nella sua biografia di delitti da lui non commessi, con l’unico scopo di affascinare e stupire maggiormente il suo pubblico.
Il regista Richet dilata i tempi del racconto, trattando soltanto gli anni dal 1973 al 1979. Se nel primo episodio riportava gli episodi che avevano segnato l’ascesa di Mesrine, qui ci sono i momenti di gloria del personaggio e gli inevitabili momenti che segnarono il suo declino: l’arroganza e l’egocentrismo di un uomo che col tempo rimane sempre più solo. Ed è proprio in questa parte che si possono trovare valide smentite a tutte le accuse fatte al regista di aver mitizzato un feroce criminale. L’impegno politico di Mesrine non era altro che una scusa per giustificare i suoi delitti, privo com’era di ogni cultura politica e la TV che trasmette le notizie di Aldo Moro e le Brigate Rosse accentuano l’esiguità dei suoi propositi. Da sottolineare la scena finale da antologia nella quale viene descritta l’uccisione di Mesrine da parte della polizia: l’atmosfera tesa e partecipativa toglie il fiato allo spettatore pur consapevole della fine descritta all’inizio del primo episodio.
“Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga” è film con un’identità propria che attraverso l’interpretazione magistrale di Vincent Cassel descrive il crollo di una delle figure criminali più feroci e discusse della storia francese.

Voto: 74%


lunedì 16 marzo 2009

NEMICO PUBBLICO N.1 - L'ISTINTO DI MORTE

Locandina del film Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morteTitolo originale: L’instinct de mort
Nazione: Canada, Francia, Italia
Anno: 2008
Genere: biografico, poliziesco
Durata: 1h53m
Regia: Jean-François Richet
Sceneggiatura: Abdel Raouf Dafri, Jean-François Richet
Fotografia: Robert Gantz
Musiche: Marcus Trumpp
Cast: Vincent Cassel, Gerard Depardieu, Cecile De France, Gilles Lellouche, Elena Anaya, Roy Dupuis, Michel Duchaussoy, Myriam Boyer, Florence Thomassin, Gilbert Sicotte, Abdelhafid Metalsi, Deano Clavet, Mustapha Abourachid


Trama
Francia, 1959. Jacques Mesrine ritorna a Parigi dopo aver prestato il servizio militare in Algeria, dove ha vissuto esperienze molto difficili. Il ragazzo, appartenente alla tipica famiglia borghese, inizia a lavorare onestamente, ma ben presto è conquistato dall’ambiente malavitoso che frequenta. Così lascia il lavoro e la famiglia per mettersi al soldo del boss locale Guido. E’ l’inizio della sua carriera criminale fatta di rapine, sequestri di persona ed omicidi che lo porterà fino negli Stati Uniti ed in Canada.

Recensione
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” è primo capitolo della biografia in due parti dedicata al famigerato criminale Jacques Mesrine, gangster francese che agì tra Francia, Spagna, America e Canada negli anni ‘60/70. Tratto dalle memorie che lo stesso Mesrine scrisse durante la sua permanenza in carcere, il film è il ritratto di un personaggio che malgrado la sua crudeltà affascinò l’opinione pubblica francese per il suo carattere arrogante e seducente. Jean-François Richet si rifà al genere polar, il classico poliziesco francese, regalando una versione fatalista di questo criminale secondo i dettami classici francesi di registi di genere come Jean-Pierre Melville e Jacques Deray, pur offrendo scene d’azione che per realizzazione si rifanno al cinema americano di quegli anni (in particolar modo nelle scene ambientate in carcere).
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” si concentra dunque sulla figura di Mesrine, interpretato da un perfetto Vincent Cassel, a suo agio nei panni dell’anti-eroe ricco di fascino, seducente nelle sue ambiguità, tenero e romantico ma al tempo stesso violento nei confronti delle sue donne, in un mondo in cui “l’unica regola è quella della giungla”, come afferma lo stesso Guido, il boss interpretato da un sommesso ma pur sempre carismatico Gerard Depardieu. Nota di merito anche a Cecile de France, autrice di un personaggio femminile cruento e spietato, lontano anni luce da quelli dolci e melensi spesso interpretati dall’attrice belga.
Il film segue con un ritmo narrativo chiaro ed efficace le azioni criminali Mesrine ed il suo rapporto con le donne, romanzando il personaggi in modo tale da tirarne fuori l’aspetto accattivante pur senza enfatizzarne il carattere eroico (bravo in questo anche Cassel), ritraendo così un personaggio odioso e feroce, senza omettere con un pizzico di polemica l’esaltazione mostrata da parte dei media. Meravigliose le atmosfere parigine, ma non da meno quelle canadesi e in particolar modo quelle del deserto americano, grazie anche al supporto della fotografia curata da Robert Gantz.
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” a lungo andare fa sentire troppo l’attenzione nei confronti Mesrine, relegando i personaggi secondari a marionette utili solo a riempire il teatrino del crimine, trattando inoltre con superficialità alcune parti della storia.
Supportato con effetto da un’ottima colonna sonora fatta di successi dell’epoca, “Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” è film ben interpretato e diretto con stile ed equilibrio. Peccato però che abbiano voluto seguire la strada tarantiniana di “Kill Bill” tagliando il film in due parti, concludendolo le gesta di Mesrine nel secondo atto, dal titolo “Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga”.

Voto: 71%


giovedì 29 gennaio 2009

MILK

Locandina del film MilkTitolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: biografico
Durata: 2h08m
Regia: Gus Van Sant
Sceneggiatura: Dustin Lance Black
Fotografia: Harris Savides
Musiche: Danny Elfman
Cast: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco, Alison Pill, Victor Garber, Denis O’Hare, Joseph Cross, Stephen Spinella, Lucas Grabeel, Brandon Boyce, Howard Rosenman, Kelvin Yu


Trama
Gli ultimi otto anni della vita di Harvey Milk, eletto consigliere comunale a San Francisco, divenendo il primo omosessuale dichiarato ad accedere ad un'importante carica pubblica in negli USA. Milk, dopo alcuni scontri nella città di New York, decise di trasferirsi col suo compagno Scott Smith a San Francisco, dove aprirono un piccolo negozio di fotografia, nel cuore di un quartiere popolare, Castro, che diventò un simbolo importante per tutti gli gay americani.
Milk diventò un paladino dei diritti civili, non soltanto per gli omosessuali, combattendo la Proposition 6, un legge che avrebbe fatto licenziare tutti gli insegnanti dichiaratisi omosessuali. La legge, promossa dal senatore John Briggs, aveva un forte seguito per i continui proclami della cantante Anita Bryant.

Recensione
“Milk” di Gus Van Sant è un film biografico sulla vita di Harvey Milk, un personaggio poco conosciuto in Italia. Ed è questo il primo merito da attribuire a Gus Van Sant, regista poliedrico e sicuramente di gran valore. Nell’esporre la storia di Milk, Van Sant utilizza una struttura narrativa semplice e misurata che segue i tradizionali film biografici, tracciandone però soltanto il periodo in cui la sua vita ebbe “davvero senso”. Ben sostenuto dalla voce narrante dello stesso protagonista che una sera, immerso nella solitudine della sua casa, sente la necessità di lasciare una sorta di testamento audio, consapevole che il destino a breve non sarebbe stato benevolo, “Milk” mostra l’America degli anni ’70, attraverso le sue crisi e gli scontri. Un paese che pur facendosi portatore da sempre di libertà e democrazia si dimostrava ottuso nei confronti del “diverso”. Van Sant realizza una messa in scena fantastica, mescolando i filmati dell’epoca ai fotogrammi del film opportunamente trattati ottenendo un insieme del tutto indistinguibile. Una sceneggiatura piena di dialoghi interessanti, mai troppo di parte, capace di descrivere senza troppa enfasi il personaggio, lasciando il campo alla sua attività, compiuta attraverso la sua schiera di sostenitori. Perché il suo motto, col quale apriva ogni raduno era: “Salve, sono Harvey Milk, e voglio reclutarvi tutti”.
Un altro merito di Gus Van Sant discende dalla sua capacità di radunare attori in un cast perfetto e di tirare fuori il massimo da ognuno di loro. Sean Penn è nel personaggio di Harvey Milk ai massimi della sua carriera di attore, interpretandolo in un modo che pochi attori sarebbero stati in grado di farlo. Ricevuta carta bianca dal regista, Penne ci mette fisicità e vigore tali da far pensare che si tratti di un documentario con il vero Milk, cosa che appare molto più evidente nella versione in lingua originale. Ma l’autenticità dei personaggi, riscontrabile al termine del film durante i titoli di coda, si estende anche agli altri attori.
Splendida la colonna sonora di “Milk”, realizzata da Danny Elfman, rende le ambientazioni ancor più immerse negli anni in cui si svolge la storia.
Milk è un film che punta molto alla forza comunicativa di Harvey Milk. Otto anni raccontati attraverso suoi ideali, il suo coraggio e l’abnegazione volti a realizzare un futuro migliore, non solo per i gay. “Milk” è un film appassionante che chiunque dovrebbe vedere.

Voto: 84%


mercoledì 7 gennaio 2009

LA DUCHESSA

Locandina del film La Duchessa GeorgianaTitolo originale: The duchess
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 2008
Genere: biografico
Durata: 1h50m
Regia: Saul Dibb
Sceneggiatura: Jeffrey Hatcher, Anders Thomas Jensen
Fotografia: Gyula Pados
Musiche: Rachel Portman
Cast: Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominic Cooper, Hayley Atwell, Simon McBurney, Aidan McArdle, Richard McCabe, Georgia King, Bruce Mackinnon, Angus McEwan, Kate Burdette


Trama
Inghilterra, fine ‘700. Georgiana, aristocratica della famiglia Spencer, alla giovane età di diciassette anni viene data in sposa a William Cavendish, duca del Devonshire, una delle persone più influenti e potenti del paese, affinché possa generare un erede maschio. Ma la duchessa Georgiana mette al mondo due bambine, con grande delusione di suo marito William, che con il passar del tempo la trascura sempre più, passando invece da un’amante all’altra. Consigliata della madre, Georgiana si sottomette alla sua vita di donna triste e trascurata, trovando invece qualche soddisfazione e divertimento nei vestiti, nelle acconciature, nel gioco e nell’amicizia di Lady Elizabeth Foster.

Recensione
Basato sulla romanzo biografico “Georgiana” scritto da Amanda Foreman, “La duchessa” è un film del regista londinese Saul Dibb che si concentra sul periodo della sua giovinezza e del suo infelice matrimonio. Georgiana è il simbolo della donna del ‘700, relegata al ruolo di procreatrice, all’ombra del marito. Ma il carisma e il fascino della duchessa del Devonshirele fu tale da renderla un personaggio amato ed ammirato, riuscendo persino a partecipare attivamente alla vita sociale e politica del tempo. E’ naturale accostare la figura di Georgiana a quella di Lady Diana, diretta discendente della duchessa: entrambe prigioniere di un matrimonio infelice, erano dotate di quel carattere che permise loro di rivalersi, anche se il periodo storico in cui viveva Georgiana non le permetteva né amanti né tantomeno divorzi. Keira Knightley è la duchessa del Devonshire, un’interpretazione elegante ed accurata, struggente nelle sue passioni e sommessa nella sofferenza per aver dovuto rinunciare all’amore per poter rimanere con i propri figli. Ralph Fiennes, nei panni del Duca del Devonshire, riesce nel difficile ruolo di un uomo che non doveva apparire malvagio, ma un’arrogante ed insensibile vittima delle imposizioni della società di quel periodo.
Splendide le ambientazioni sia esterne (la meravigliosa campagna inglese) che interne (gli splendidi e lussuosi palazzi di corte) così come le scenografie curate da Michael Carlin e gli abiti eleganti di Michael O’Connor.
Pur offrendo una raffinata immagine della biografia di Georgiana Spencer, “La duchessa” offre una trama poco articolata, limitandosi al matrimonio infelice ed alle conseguenti passioni extra-coniugali dei due coniugi. Priva di ogni collegamento con gli avvenimenti storici di quel periodo, neanche la parte “politica” riesce a catturare l’attenzione del pubblico relegando il film a una storia passionale laddove il libro della Foreman riusce a descrivere molti avvenimenti che caratterizzarono la figura della duchessa del Devonshire.
“La duchessa”, pur presentando una la storia decisamente poco avvincente, è un film che piace per il suo procedere spedito, mai pesante, e la capacità di Dibb di descriverne i personaggi e le ambientazioni con stile sopraffino, lasciando che siano gli interpreti a narrare la storia con le loro emozioni. Perfetto per un pubblico femminile, godibile per quello maschile.

Voto: 64%


martedì 16 dicembre 2008

CARNERA - THE WALKING MOUNTAIN

Locandina del film Carnera - La montagna che camminaTitolo originale: id.
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: biografico
Durata: 2h03m
Regia: Renzo Martinelli
Sceneggiatura: Renzo Martinelli
Fotografia: Saverio Guarna
Musiche: Aldo De Scalzi, Pivio
Cast: Andrea Iaia, Anna Valle, Burt Young, F. Murray Abraham, Paul Sorvino, Paolo Seganti, Kasia Smutniak, Antonio Cupo, Eleonora Martinelli, Neculai Predica, Bruno Bilotta, George Dubovoi


Trama
Primo Carnera, un gigante di oltre due metri di statura soprannominato “la montagna che cammina”, era un pugile friulano che negli anni ‘30 divenne una delle più straordinarie leggende della storia dello sport. Carnera emigra giovanissimo in Francia, a Le Mans, per poter sopravvivere alla miseria che opprime l’Italia di quegli anni. Una sera da pubblico di un circo diviene protagonista di una gara di boxe. Il proprietario di un circo, Paul Ledudal non volendogli pagare il premio della vittoria lo convince a trasformarsi in “Juan Lo Spagnolo, il terrore di Guadalajara” e ad esibirsi come attrazione. Nel corso del suo vagabondare, il circo di Ledudal arriva ad Arcachon, un paese nel sud della Francia. Qui viene notato da Paul Journée, un ex campione francese dei pesi massimi. Journée lo segnala subito ad un importante manager di boxe, Léon Sée. Inizia così l’avventura nel mondo di Primo Carnera “la montagna che cammina”, che lo porterà alla conquista del titolo mondiale dei pesi massimi.

Recensione
Primo Carnera oltre ad essere un pugile, una “montagna che cammina”, era un gigante buono che credeva nei valori della famiglia, delle proprie origini, del sacrificio e della volontà di realizzare un sogno impossibile. Vissuto durante il ventennio fascista, fu molto amato da Mussolini che riconosceva in lui l’incarnazione dell’ideale dell’eroe con qualità che ogni italiano doveva possedere. Oggi Carnera è in realtà un eroe spesso dimenticato, mai messo in risalto nella storia sportiva. Un plauso dunque al regista Renzo Martinelli che ha portato al cinema questa figura di eroe sportivo ed umano. Autore di pellicole dai temi molto difficili, come “Vajoint” e “La piazza delle cinque lune”, Martinelli realizza però un film troppo studiato e accademico esponendo la storia di Carnera in maniera limitata dove vengono dimenticati diversi episodi importanti e piccoli aneddoti, lasciando spazio a facili sentimentalismi. “Carnera - La montagna che cammina” (il sottotitolo in inglese “The walking mountain” è dovuto all’intenzione di proporre il film principalmente al mercato americano), non brilla neanche per coerenza: il pugile viene visto come un omaccione stupido ma che parla un italiano fluido con accento meridionale (lui friulano), che afferma di saper scrivere a malapena ma che non appena prende una penna in mano scrive in maniera scorrevole e sicura. Indecente anche l’interpretazione Andrea Iaia che riesce con la sua totale inespressività ad accentuare il senso di stupidità e di goffaggine che aleggia intorno al personaggio descritto da Martinelli. Totalmente scialbe le interpretazioni delle due attrici protagoniste, Anna Valle e Kasia Smutniak, rigide e per nulla naturali, da salvare invece quella di F. Murray Abraham, un attore spesso utilizzato da Martinelli nei suoi film. Ottimi gli effetti speciali utilizzati nella ricostruzione dei luoghi degli incontri di Carnera, mentre risultano pessima la fotografia ed inadeguata la colonna sonora.
Concludendo, “Carnera - La montagna che cammina” è un film insufficiente sia nel ritratto del pugile danneggiato da un’eccessiva libertà di regia e di sceneggiatura, sia nelle scelte tecniche di realizzazione, risultando fastidioso e noioso, appena passabile come film tv. Ed infatti il film è stato riproposto per il piccolo schermo come una miniserie in due puntate con il titolo “Primo Carnera - Il campione più grande”.

Voto: 42%


venerdì 6 giugno 2008

IL DIVO

Locandina del film Il divoTitolo originale: id.
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: biografico, commedia
Durata: 1h50m
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Luca Bigazzi
Musiche: Teho Teardo
Cast: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Piera Degli Esposti, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo

Trama
Giulio Andreotti è un uomo che soffre di terribili mal di testa. Giulio Andreotti è un uomo freddo, intelligente, indecifrabile, ambiguo. Giulio Andreotti non dorme perché deve lavorare, scrivere libri e pregare. Siamo agli inizi degli anni ‘90, e il “divo” Giulio sta per iniziare la sua settima Presidenza del Consiglio che però sarà destinata a vita breve. Subito dopo, cercherà di realizzare una delle sue principali ambizioni politiche: diventare il presidente della Repubblica. Un uomo complesso che nulla sembra scalfire, eccezion fatta per l’uccisione da parte delle Brigate Rosse del suo compagno di partito Aldo Moro: un enorme macigno che sarà per lui più doloroso delle sue continue emicranee. Sarà testimone di morti misteriose (Pecorelli, Calvi, Sindona) nelle quali molti lo riterrano coinvolto, supererà, senza rimanerne segnato, la bufera di Tangentopoli per finire però sotto processo per collusione mafiosa. Ma anche da quest’ultimo processo uscirà lindo ed immacolato.

Recensione
L’aspetto più evidente de “Il divo” è l’interesse che riesce a suscitare nello spettatore malgrado l’ovvia pesantezza che potrebbe derivare dalla biografia stantia di un personaggio che ha fatto la storia dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. Paolo Sorrentino, regista napoletano, stupisce realizzando una storia ironica, fresca ed affascinante con uno stile diretto ed inconsueto, al limite del grottesco. Splendido è il quadretto presentato nei primi roboanti minuti del film, quando i “compari” di Andreotti avanzano come “Le iene” tarantiniane con i volti ricolmi di malvagità e più tardi si ritrovano nel suo bagno pregiato, mentre Giulio è intento a farsi sbarbare, discutendo di temi di politica alla maniera degli uomini nel film “Il padrino”. Una pellicola in cui si evidenziano le eccellenti qualità di montaggio, le trascinanti musiche di Teho Teardo che a volte accompagnano e a volte sfidano le immagini. Il ritmo è incalzante, grazie anche ad interessanti dialoghi e monologhi. Straordinario il faccia a faccia con Scalfari, nel quale il giornalista elenca tutti i tragici avventimenti nei quali Andreotti sarebbe coinvolto, ma che termina con l’ineccepibile commento del divo che, ribattendo tutte le accuse, afferma che in fondo la realtà delle cose non è unica e inquadrabile nei concetti di Bene e Male, perché la vita risulta essere talmente complessa da rendere impossibile ogni giudizio ed ogni condanna univoca. E lo splendido monologo (inventato) del protagonista che raggiunge il suo apice quando cercando di mettere a tacere i fantasmi che lo continuamente assillano, proferisce la machiavellica frase: “Perpetuare il male per garantire il bene”. Sorrentino riesce a mostrare un ritratto inedito di uno dei più importanti ed oscuri uomini politici della storia repubblicana. Merito da condividere con l’eccezionale Toni Servillo, capace di esprimere attraverso la sua tipica recitazione misurata, l’ambiguità di un personaggio decisamente difficile da inquadrare in schemi prefissati: Andreotti è un personaggio carismatico, esperto non solo di politica ma di ogni aspetto della vita sociale.
Risulta difficile così immaginare un altro attore al posto di Servillo, che si cala totalmente nel personaggio (ottimo il travestimento eccessivo e caricato) sia nei suoi gesti minimali, sia nel sarcasmo contenuto ma estremamente pungente. A fare da ideale contorno ci sono i diversi uomini di Stato appartenenti alle diverse correnti che in quegli anni affluivano nella Democrazia Cristiana, interpretati da attori all’altezza delle qualità di Servillo. Un particolare ed inaspettato elogio per Carlo Bucciroso nella parte di Paolo Cirino Pomicino: l’attore comico riesce a scrollarsi la sua passata comicità rozza offrendo sorrisi che non sono conseguenza di battute insulse ma degli assurdi atteggiamenti di un tipico politico della Repubblica Italiana.
Sorrentino conferma dunque il suo cinema innovativo, fatto sia di forma che di contenuti, grazie alle sue indubbie capacità artistiche e tecniche.
“Il divo” è la rappresentazione drammatica ed al tempo stesso grottesca del declino di un personaggio di potere, un quadro coraggioso e sorprendente del simbolo delle oscurità e delle verità celate in cui si trova avvolta la politica italiana. Un ritratto singolare e brillante, per nulla piegato al fascino terrorizzante del personaggio, simbolo di un Paese che per anni è stato vittima di se stesso.

Voto: 82%