lunedì 11 giugno 2012

VIAGGIO IN PARADISO

Viaggio in paradiso
Titolo originale: Get the gringo
Nazione:
Anno: 2012
Genere: azione, poliziesco
Durata: 1h35m
Regia: Adrian Grunberg
Sceneggiatura: Mel Gibson, Adrian Grunberg, Stacy Perskie
Fotografia: Benoît Debie
Musiche: Antonio Pinto
Cast: Mel Gibson, Peter Stormare, Dean Norris, Sofia Sisniega, Bob Gunton Kevin Hernandez Scott Cohen Stephanie Lemelin, Patrick Bauchau, Gerardo Taracena, Dolores Heredia, Jesus Ochoa, Aaron Cohen, Tenoch Huerta, Daniel Gimenez Cacho, Denise Gossett


Trama
Due rapinatori travestiti da clown sono in fuga dalla polizia da alcuni sicari. Ormai senza scampo, l’uomo tenta di saltare il confine con il Messico, ma l’auto ha un grave incidente. Il rapinatore viene arrestato dalla polizia messicana che gli sottrae il bottino e viene portato nel carcere “El Pueblito” una vera e propria città criminale. Il rapinatore sembra non avere un’identità e ha cancellato le sue impronte. Stringe amicizia con un ragazzino di dieci anni che gli spiega come funziona il carcere. A comandare il tutto non è il direttore del carcere bensì Javi, un ricco trafficante malato di cirrosi epatica. Il ragazzino è condannato a dover donare il proprio fegato al criminale.

Recensione
Il successo planetario de “La passione di Cristo” ha dato la possibilità a Mel Gibson di girare alcuni film indipendenti. Con “Viaggio in paradiso” Gibson scrive una nuova sceneggiatura assieme a Stacy Perskie e Adrian Grunberg, quest’ultimo suo assistente alla regia nei film “Apocalypto” e “Fuori controllo”, e qui all’esordio da regista. La pellicola mostra tutte le caratteristiche di film indipendente dando completo spazio alla creatività dell’attore/sceneggiatore/regista americano. In particolare “Viaggio in paradiso” appartiene a quel genere di film che negli anni ’80 lo ha visto protagonista: inseguimenti tra polizia e rapinatori, soggiorni in carcere e desiderio di vendetta. Certo, il personaggio interpretato da Gibson, un rapinatore che non lesina in azioni violente, sembrerebbe più adatto a un giovane, ma il fascino dell’attore americano sopperisce all’età.
Il realtà, il vero protagonista di “Viaggio in paradiso” è El Pueblito, un’incredibile prigione che sembra una piccola citta, con bar, ristoranti, negozi, spacciatori, case con intere famiglie. Tutto nella totale corruzione e gestito da una complessa gerarchia criminale. Lo scenario è sensazionale e soprattutto originale. La sua realizzazione è fantastica, non soltanto nella scenografia, ma anche nel clima di quotidianità e di malvivenza che si respira. Ogni personaggio di quel carcere è ricoperto di sudore e di sporcizia, i capelli arruffati si, hanno lividi, cicatrici e ferite, Gibson, troppo, viene dato nessun trattamento stelle e per la maggior parte del film Gibson è ugualmente sporco, ma sempre con quel fascino glamour che lo contraddistingue.
La prima metà di “Viaggio in paradiso” permettere di entrare in questo mondo assieme al protagonista che pian piano cerca di comprendere il funzionamento di questa piccola società. Poi si passa all’azione vera e propria che vede Gibson non risparmiarsi in nessuna circostanza.
La regia è sorprendente, ci sono almeno una decina di scene eccellenti. Basta citare quella iniziale in cui i due rapinatori, vestiti da clown, fuggono dalla polizia lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Il cast di attori messicani è eccellente: tutti hanno grinta e orgoglio autentici. Non ci sono attori hollywoodiani che devono interpretare un ruolo, ma attori che sembrano essere vivere quotidianamente quella vita di sopruso e di criminalità.
Buon film, dunque, nonstante alcuni momenti in cui la sceneggiatura esagera offrendo situazioni improbabili e alcuni personaggi stupidamente stereotipati. Colpisce, però, questo viaggio nella desolazione di un popolo costretto a vivere una vita corrotta dalla criminalità. Qui non c’è il paradiso, anzi è l’inferno il luogo che più assomiglia alla prigione-città descritta nel film. Di sicuro è migliore il titolo originale, “Get the gringo” (“Prendi il gringo”), ma quanti in Italia, a parte gli appassionati di film western, conoscono il significato di questa parola?

Voto: 78%

Trailer “Viaggio in paradiso”


sabato 28 gennaio 2012

THE DOUBLE

The Double Richard Gere
Titolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2011
Genere: poliziesco, thriller
Durata: 1h38m
Regia: Michael Brandt
Sceneggiatura: Michael Brandt, Derek Haas
Fotografia: Jeffrey L. Kimball
Musiche: John Debney
Cast: Richard Gere, Topher Grace, Martin Sheen, Tamer Hassan, Stephen Moyer, Chris Marquette, Odette Annable, Stana Katic, Yuri Sardarov, Ivan Fedorov, Ed Kelly, Jeffrey Pierce, Lawrence Gilliard Jr., Mike Kraft, Andy Manning, Randy Flagler, Ella Maltby, Dan Lemieux


Trama
Il senatore Darden viene misteriosamente ucciso in un vicolo buio di Washington D.C. Il politico aveva da tempo importanti affari commerciali con la Russia. L’omicidio sembra portare la firma di Cassius, un killer russo che tutti credevano morto ormai da tantissimi anni. Paul Shepherdson è un agente della CIA in pensione che aveva dato la caccia per anni a Cassius e i suoi sette uomini, uccidendoli tutti. E’ infatti convinto che non possa trattarsi di lui, ma di qualcuno che ne abbia copiato il modus operandi. Dopo qualche tentennamento, Shepherdson accetta l’incarico e assieme al giovane agente dell’FBI, Ben Geary ritorna sulle tracce di Cassius, o di chiunque lo stia imitando nei suoi omicidi.

Recensione
Chi non avrà visto, per sua fortuna, il trailer di “The double”, avrà a disposizione mezz’ora per ragionare e cercare di indovinare chi sia Cassius, perché gli sceneggiatori Derek Haas e Michael Brandt, quest’ultimo autore anche di una regia mediocre, decidono subito di scoprire le carte e mostrarci la sua identità. Al quel punto si prosegue con Paul Shepherdson, ex agente della CIA, che continua a ripetere che Cassius è morto e Ben Geary, agente dell’FBI, che cerca di scoprire con teoremi davvero ridicoli ciò che lo spettatore sa fin dall’inizio.
“The double” ha una sceneggiatura che sembra acquistata al mercatino dell’usato sicuro: un compendio di cosa già viste e idiozie che demoliscono l’anima di una spy story. Alla fine, rimane un modesto poliziesco con un agente anziano che porta in giro quello giovane (ennesimo deja vu) alla ricerca di un killer che sembra tornato a uccidere dopo quasi due decenni.
In questa accozzaglia narrativa fa sempre piacere vedere un Richard Gere in splendida forma. A 62 anni, Mr. American Gigolo è come il vino: migliora invecchiando! Oltre al fascino, Gere migliora anche nelle sue movenze sul set. Utilizza un sottile linguaggio fatto di gesti e movimenti perfetti al millesimo di secondo. Le brevi pause prese prima di agire danno bene l’idea di come il suo personaggio rifletta e poi agisca. Un costante equilibrio che affascina anche chi ama le donne. In “The double” interpreta un agente della CIA in pensione. Ormai sembra un obbligo da contratto: nessun agente della CIA o dell’FBI può godersi la pensione dopo tanti anni di onorato servizio. Tutti vengono inevitabilmente richiamati in azione. Tutti, al principio, declinano l’invito. Tutti poi ci ripensano. Al fianco di Gere c’è Topher Grace, forse ancora un po’ acerbo, offre una prova anonima.
“The Double” non offre nulla di convincente. Il copione troppo pettegolo rovina ogni attesa, per chiudersi con qualche colpo di scena finale. E neanche quello convince.

Voto: 46%

Trailer “The double”


giovedì 5 gennaio 2012

UN POLIZIOTTO DA HAPPY HOUR

Un poliziotto da happy hour - Trama e Recensione
Titolo originale: The guard
Nazione: Irlanda
Anno: 2011
Genere: commedia, poliziesco
Durata: 1h36m
Regia: John Michael McDonagh
Sceneggiatura: John Michael McDonagh
Fotografia: Larry Smith
Musiche: Calexico
Cast: Brendan Gleeson, Don Cheadle, Liam Cunningham, David Wilmot, Rory Keenan, Mark Strong, Fionnula Flanagan, Dominique McElligott, Sarah Greene, Katarina Cas, Darren Healy, Laurence Kinlan, Gary Lydon


Trama
Il sergente Gerry Boyle è un poliziotto irlandese lontano dal modello di integerrimo uomo di legge: va a prostitute, beve, si droga e non sembra per nulla interessato a costrastare un contrabbando internazionale di cocaina per il quale è giunto dall’America l’agente dell’FBI Wendell Everett. I due dovrebbero lavorare assieme, ma Everett si ritroverà solo perché Boyle, un giorno è in ferie e un altro è in giro per i fatti suoi.

Recensione
“Un poliziotto da happy hour” vince la palma del titolo italiano più ignobile e ingannevole degli ultimi anni. Il sergente della polizia irlandese, Gerry Boyle, è sì un bevitore, ma non certo uno che va agli happy hour o a feste glamour. Nei paesi anglosassoni l’alcool, in particolare la birra e lo scotch sono tradizioni millenarie che si ritrovano anche nei resti archeologici. La Guinness, inoltre, è il simbolo dell’Irlanda e la birra, in genere, ha radici antichissime, una cultura che va al di là delle mode da aperitivo.
Un poliziesco divertente e intelligente, diretto da John Michael McDonagh e interpretato da un meraviglioso Brendan Gleeson nei panni di un tutore della legge politicamente scorretto: si trastulla con le prostitute, è un aperto razzista, arma i terroristi irlandesi, si concede ad alcool e droghe, e parla in faccia con un linguaggio volgare e irriverente. Già dalla prima scena, durante la quale effettua un rilievo di un incidente stradale, con un ragazzino a terra le cui condizioni sono sembrano affatto buone, lui è indifferente, incurante del fatto, quasi seccato perché deve intervenire e per giunta con estrema tranquillità tira fuori dalla tasca del malcapitato una pasticca di ecstasy e la manda giù. Gleeson è diventato uno di quegli attori sui quali si può sempre contare, indipendentemente dalla qualità del film. La visione nichilistica dell’universo del sergente si scontra con i modi precisi ed educati dell’agente dell’FBI Wendell, interpretato da un misurato Don Cheadle. I dialoghi tra i due sono chiaramente la parte più caustica e divertente del film. Boyle è un personaggio memorabile: da un lato è un poliziotto anticonformista (e non è un complimento), dai modi maleducati e che non si vergogna delle azioni riprovevoli che compie sbandierandole ai quattro venti, dall’altro si mostra tenero (con la madre) e coraggioso. Gleeson è perfetto: la sua interpretazione sopra le righe (imposta dal personaggio) risulta sempre molto credibile. Ottimo anche il resto del cast nel quale spicca Mark Strong, sempre nei panni del cattivo di turno.
La sceneggiatura non si mostra particolarmente intricata od originale, tutto prosegue in modo spontaneo pur non essendo mai noioso. “Un poliziotto da happy hour” si fa apprezzare anche per l’ottima colonna sonora, affidata completamente ai Calexico. L’indie country del gruppo americano si sposa meravigliosamente con le atmosfere irlandesi fatte di lande desolate e cieli grigi.
Nel film, sempre in bilico tra poliziesco e commedia nera, tutto gira intorno a quel personaggio irriverente e atipico e una sola domanda sorge spontanea: ma ci fa o ci è? Nel finale, girato magistralmente da ottimo film poliziesco, si potrà avere se non una risposta, un valido indizio.

Voto: 73%


giovedì 20 gennaio 2011

VALLANZASCA - GLI ANGELI DEL MALE

Vallanzasca - Gli angeli del male
Titolo originale: id.
Nazione: Francia, Italia, Romania
Anno: 2010
Genere: biografico, poliziesco
Durata: 2h05m
Regia: Michele Placido
Sceneggiatura: Andrea Leanza, Antonio Leotti, Michele Placido, Kim Rossi Stuart, Toni Trupia,
Fotografia: Arnaldo Catinari
Musiche: Negramaro
Cast: Kim Rossi Stuart, Valeria Solarino, Filippo Timi, Moritz Bleibtreu, Paz Vega, Francesco Scianna, Paolo Mazzarelli, Lorenzo Gleijeses, Gaetano Bruno, Nicola Acunzo, Lino Guanciale, Stefano Chiodaroli, Monica Barladeanu


Trama
1981. Renato Vallanzasca è rinchiuso in una cella del carcere di Ariano Irpino. La sua attitudine al crimine era chiara fin da bambino: a nove anni, infatti, con la sua banda composta dagli amichetti Enzo, Giorgio e Antonella, la sua sorella venuta da Napoli, libera una tigre da un circo. Quella bravata gli apre le porte del carcere minorile. Una volta uscito, Renato non è una persona redenta, anzi inizia una serie di attività criminali fatta rapine, sequestri ed omicidi. Nasce così la famigerata “banda della Comasina” e Renato Vallanzasca è il suo indiscusso leader.

Recensione
Dopo “Romanzo criminale”, Michele Placido ritorna con un altro crime movie, “Vallanzasca - Gli angeli del male”. Al di là delle polemiche nate intorno al film per la presunta mitizzazione di un efferato criminale, Placido mostra una storia cruenta ma, senza dubbio, affascinante. Una storia che non poteva rimanere a lungo lontana dal cinema. Anche l’Italia, come la Francia, ha il suo Jacques Mesrine, raccontato da Jean-François Richet nei due film, “Nemico pubblico n.1 - Istinto di morte” e “Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga”. Due personaggi crudeli, ma che nonostante la loro efferatezza affascinarono l’opinione pubblica per il loro carattere sfacciato ed affascinante.
Michele Placido ha il merito di restituire il vero personaggio, rubato nel 1977 da Matteo Bianchi con il film “La banda Vallanzasca” che nulla aveva a che vedere con il bandito italiano. “Vallanzasca - Gli angeli del male” racconta con discreta cura la vita, gli amori e le attività criminali di Renato Vallanzasca, il boss della banda della Comasina che sconvolse Milano e l’Italia intera tra gli anni ‘70 e la prima metà degli ‘80. A differenza di “Romanzo criminale”, dove veniva raccontata la storia della banda della Magliana e le relazioni con la scena sociale e politica del tempo, in “Vallanzasca - Gli angeli del male” viene mostrato il bandito e le sue gesta, senza alcun riferimento agli avvenimenti politici italiani degli anni della sua attività criminale.
Basandosi sull’autobiografia di Vallanzasca scritta assieme a Carlo Bonini e da un soggetto di Andrea Purgatori e Angelo Pasquini, il team composto Michele Placido, Kim Rossi Stuart, Antonio Leotti, Toni Trupia e Andrea Leanza, con la collaborazione di Antonella D’Agostino, amica di Vallanzasca, interpretata nel film da una valente Paz Vega, realizza una sceneggiatura molto semplice e lineare, ma non per questo, ricca di interessanti episodi. Ci sono tutti i momenti più importanti della vita di Vallanzasca che tra rapine, sequestri, processi, regolamenti di conti fuori e dentro il carcere, interviste alla stampa, delineano con dovizia il personaggio senza offrire considerazioni ed approfondimenti sul personaggio e le sue motivazioni. Lo stesso Vallanzasca frena ogni possibile analisi psicologica, affermando: “Io sono nato per fare il ladro”. Ottimi i dialoghi, il film offre alcune battute davvero notevoli, tra tutte: “Le armi non servono a sparare, le armi servono a spaventare” e “Io non sono cattivo, ho soltanto il lato oscuro un po’ pronunciato”.
Michele Placido sceglie Kim Rossi Stuart nel ruolo di Vallanzasca. Già presente come il “Freddo” in “Romanzo criminale”, l’attore si rifà a quel personaggio caricandolo della personalità di leader. Ne esce fuori un Vallanzasca credibile nei gesti e nelle modalità di azione. Nel cast anche, oltre alla già citata Paz Vega, troviamo Valeria Solarino (qui incredibilmente somigliante a Florinda Bolkan), Filippo Timi (in alcuni momenti un po’ eccessivo), Paolo Mazzarelli (un freddo e glaciale Beppe), Moritz Bleibtreu, Francesco Scianna (splendido il rapporto, di odio prima e di fraterna amicizia poi, tra il suo Francis Turatello e Renato Vallanzasca), Lorenzo Gleijeses (per fortuna sempre più presente nel cinema).
Perfetta la ricostruzione storica, dagli esterni con tutte le auto d’epoca alle scenografie interne e il look (capelli ed abiti) dei protagonisti. Appropriata la colonna sonora dei Negramaro, alla loro prima realizzazione per il cinema come gruppo.
Al di là delle polemiche che può suscitare, “Vallanzasca - gli angeli del male” è un bel film che si distingue per una regia è lineare e funzionale nella ricerca di costruire un personaggio senza scadere nel docufiction tv. Il ritmo è incalzante, ben realizzati gli scontri a fuoco e i corpo a corpo nelle carceri. Ottimo il cast nel quale spicca un bravissimo Kim Rossi Stuart. Una conferma per Michele Placido, il regista che più merita il titolo di erede del genere poliziesco (e poliziottesco) italiano che anni e anni fa ebbe grande successo grazie a registi come Umberto Lenzi, Stelvio Massi e Carlo Lizzani.

Voto: 80%


domenica 31 ottobre 2010

IL CATTIVO TENENTE - ULTIMA CHIAMATA NEW ORLEANS

Il cattivo tenente

Titolo originale: Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans
Nazione: USA
Anno: 2009
Genere: drammatico, poliziesco
Durata: 2h01m
Regia: Werner Herzog
Sceneggiatura: William M. Finkelstein
Fotografia: Peter Zeitlinger
Musiche: Mark Isham
Cast: Nicolas Cage, Eva Mendes, Val Kilmer, Fairuza Balk, Xzibit, Shawn Hatosy, Jennifer Coolidge, Tom Bower, Vondie Curtis-Hall, Brad Dourif, Denzel Whitaker, Shea Whigham, Michael Shannon, Joe Nemmers

Trama
Terence McDonagh, detective della polizia di New Orleans, salva un prigioniero che sta per annegare nella prigione a causa dell’uragano Katrina. Questa impresa gli vale una promozione al grado di tenente, ma riporta un grave infortunio alla schiena. Un anno dopo, Terence ha una dipendenza dal Vicodin e dalla cocaina. Una famiglia di immigrati africani viene trovata massacrata e sarà lui a dover trovare i colpevoli.

Recensione
Difficile bollare “Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans” come una mera operazione commerciale, l’ennesimo esempio di come ormai il cinema non avendo più idee in testa, ricicli vecchie pellicole rifacendone remake. Dietro la macchina da presa, infatti, non c’è il classico regista da blockbuster, bensì Werner Herzog, regista tedesco autore di pellicole importanti per il cosiddetto “cinema d’autore”. Un cinema inquietante, spesso sull’orlo del delirio, difficile da digerire per lo spettatore medio. Inoltre, la pellicola originale, quel “Il cattivo tenente” era una creatura di un altro mostro sacro come Abel Ferrara.
Come c’era da aspettarsi, il film di Herzog ha poco in comune con quanto espresso da Ferrara, così come sono diversi il loro modi di fare cinema. Il punto di partenza di entrambi è Terence McDonagh, il cattivo tenente che ama e protegge una prostituta, gioca d’azzardo e commette ogni genere di scelleratezza per procurarsi droga. Il tenente di Herzog è un uomo indefinibile, lontano anni luce dall’onestà e dalla rettitudine ma neanche del tutto corrotto e degenerato. Un uomo vittima di sé stesso e dei suoi vizi che riesce a risorgere in maniera del tutto casuale e fortuita, a differenza di quanto accadeva nel film di Ferrara.
Nicholas Cage non mostra alcun timore pur sapendo di doversi confrontare con Harvey Keitel, interprete dell’originale cattivo tenente, in fondo le interpretazioni non sono neanche confrontabili data la differente visione dei personaggi da parte dei registi. Appare convincente la sua esposizione dei mali fisici ed interiori del personaggio. Inoltre, mostra un’estrosità straordinaria, in particolare nella scena in cui inveisce contro la vecchietta della casa di cura. Bene anche Eva Mendes nel ruolo di prostituta: decisa ma docile con il suo amante “protettore”. Peccato, invece, vedere un attore come Val Kilmer poco sfruttato nella storia.
Il contributo di Herzog si ritrova nell’accento surreale, a tratti spassoso. Per farlo, si affida ad una serie momenti insoliti che coinvolgono la fauna autoctona, come alligatori e iguane. In particolare, la scena in cui il tenente McDonaugh, con uno stato di coscienza sempre più alterato, vede delle iguane immaginarie rappresenta il momento di ironico surrealismo che regala più di un sorriso, così come la break dance dell’anima del criminale ucciso che indugia nel lasciarne il corpo.
Nonostante questa componente ironica che potrebbe far pensare a “Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans” come una commedia nera, in realtà il film è un ottimo esempio di poliziesco, con una componente noir supportata da un’appropriata colonna sonora.
Il connubio tra Herzog ed Hollywood è dunque riuscito senza infortuni: “Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans” è un film di ottima fattura che mette in mostra una buona storia, personaggi ben curati e un Nicholas Cage ad alti livelli.

Voto: 80%

Trailer “Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans”


venerdì 24 aprile 2009

NEMICO PUBBLICO N.1 - L'ORA DELLA FUGA

Locandina del film Nemico pubblico n.1 - L’ora della fugaTitolo originale: L’ennemi public n.1
Nazione: Canada, Francia, Italia
Anno: 2008
Genere: biografico, poliziesco
Durata: 2h10m
Regia: Jean-François Richet
Sceneggiatura: Abdel Raouf Dafri, Jean-François Richet
Fotografia: Robert Gantz
Musiche: Marco Beltrami, Marcus Trumpp
Cast: Vincent Cassel, Ludivine Sagnier, Mathieu Amalric, Olivier Gourmet, Gerard Lanvin, Samuel Le Bihan, Myriam Boyer, Michel Duchaussoy, Georges Wilson, Laure Marsac, Alain Doutey


Trama
Jacques Mesrine rientra in Francia dopo aver trascorso un periodo della sua vita in Canada. Stringe di nuovo le sue amicizie criminali e progetta alcune rapine in banca. Pur dimostrando di essere superiore alle forze dell’ordine francesi si ritrova più volte in prigione, riuscendo ad evadere in ogni occasione. Durante il suo ultimo progetto di evasione, fa amicizia con François, un uomo scaltro e di poche parole. Mesrine diventa un mito: la sua autobiografia ha successo, inizia la sua campagna mediatica dipingendosi come un estremista politico e conosce Sylvia con la quale stringe un’intensa relazione con una nuova compagna Sylvia. La sua guerra contro la polizia francese continua.

Recensione
“Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga” è il secondo ed ultimo episodio della saga di Jacques Mesrine, uno dei criminali più efferati che la Francia ricordi. Il film inizia nel punto in cui termina la prima parte, intitolata “Nemico pubblico n.1 - Istinto di morte”, mantenendo però una sua autonomia narrativa. I personaggi che ruotano intorno a Mesrine sono infatti cambiati, così come il cast: a Gerard Depardieu e Cecile De France subentrano Mathieu Amalric (l’introverso ed freddo François) e Ludivine Sagnier (l’efebica gattina che sarà l’ultima donna della sua vita). Ormai abbandonato un gruppo criminale, Mesrine è un uomo solo, circondato da pedine che man mano si allontanano per la sua incapacità di controllare impulsività e mania di grandezza. Si fa beffe della polizia e del sistema giudiziario trasformando i suoi processi in veri e propri show televisivi. Gioca con i media offrendo interviste in esclusiva, capaci di trasformare un rapinatore di banche in una leggenda, un personaggio che affascina l’opinione pubblica. Assurdo come, spinto dalla sua vanagloria, si accusi nella sua biografia di delitti da lui non commessi, con l’unico scopo di affascinare e stupire maggiormente il suo pubblico.
Il regista Richet dilata i tempi del racconto, trattando soltanto gli anni dal 1973 al 1979. Se nel primo episodio riportava gli episodi che avevano segnato l’ascesa di Mesrine, qui ci sono i momenti di gloria del personaggio e gli inevitabili momenti che segnarono il suo declino: l’arroganza e l’egocentrismo di un uomo che col tempo rimane sempre più solo. Ed è proprio in questa parte che si possono trovare valide smentite a tutte le accuse fatte al regista di aver mitizzato un feroce criminale. L’impegno politico di Mesrine non era altro che una scusa per giustificare i suoi delitti, privo com’era di ogni cultura politica e la TV che trasmette le notizie di Aldo Moro e le Brigate Rosse accentuano l’esiguità dei suoi propositi. Da sottolineare la scena finale da antologia nella quale viene descritta l’uccisione di Mesrine da parte della polizia: l’atmosfera tesa e partecipativa toglie il fiato allo spettatore pur consapevole della fine descritta all’inizio del primo episodio.
“Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga” è film con un’identità propria che attraverso l’interpretazione magistrale di Vincent Cassel descrive il crollo di una delle figure criminali più feroci e discusse della storia francese.

Voto: 74%


lunedì 16 marzo 2009

NEMICO PUBBLICO N.1 - L'ISTINTO DI MORTE

Locandina del film Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morteTitolo originale: L’instinct de mort
Nazione: Canada, Francia, Italia
Anno: 2008
Genere: biografico, poliziesco
Durata: 1h53m
Regia: Jean-François Richet
Sceneggiatura: Abdel Raouf Dafri, Jean-François Richet
Fotografia: Robert Gantz
Musiche: Marcus Trumpp
Cast: Vincent Cassel, Gerard Depardieu, Cecile De France, Gilles Lellouche, Elena Anaya, Roy Dupuis, Michel Duchaussoy, Myriam Boyer, Florence Thomassin, Gilbert Sicotte, Abdelhafid Metalsi, Deano Clavet, Mustapha Abourachid


Trama
Francia, 1959. Jacques Mesrine ritorna a Parigi dopo aver prestato il servizio militare in Algeria, dove ha vissuto esperienze molto difficili. Il ragazzo, appartenente alla tipica famiglia borghese, inizia a lavorare onestamente, ma ben presto è conquistato dall’ambiente malavitoso che frequenta. Così lascia il lavoro e la famiglia per mettersi al soldo del boss locale Guido. E’ l’inizio della sua carriera criminale fatta di rapine, sequestri di persona ed omicidi che lo porterà fino negli Stati Uniti ed in Canada.

Recensione
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” è primo capitolo della biografia in due parti dedicata al famigerato criminale Jacques Mesrine, gangster francese che agì tra Francia, Spagna, America e Canada negli anni ‘60/70. Tratto dalle memorie che lo stesso Mesrine scrisse durante la sua permanenza in carcere, il film è il ritratto di un personaggio che malgrado la sua crudeltà affascinò l’opinione pubblica francese per il suo carattere arrogante e seducente. Jean-François Richet si rifà al genere polar, il classico poliziesco francese, regalando una versione fatalista di questo criminale secondo i dettami classici francesi di registi di genere come Jean-Pierre Melville e Jacques Deray, pur offrendo scene d’azione che per realizzazione si rifanno al cinema americano di quegli anni (in particolar modo nelle scene ambientate in carcere).
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” si concentra dunque sulla figura di Mesrine, interpretato da un perfetto Vincent Cassel, a suo agio nei panni dell’anti-eroe ricco di fascino, seducente nelle sue ambiguità, tenero e romantico ma al tempo stesso violento nei confronti delle sue donne, in un mondo in cui “l’unica regola è quella della giungla”, come afferma lo stesso Guido, il boss interpretato da un sommesso ma pur sempre carismatico Gerard Depardieu. Nota di merito anche a Cecile de France, autrice di un personaggio femminile cruento e spietato, lontano anni luce da quelli dolci e melensi spesso interpretati dall’attrice belga.
Il film segue con un ritmo narrativo chiaro ed efficace le azioni criminali Mesrine ed il suo rapporto con le donne, romanzando il personaggi in modo tale da tirarne fuori l’aspetto accattivante pur senza enfatizzarne il carattere eroico (bravo in questo anche Cassel), ritraendo così un personaggio odioso e feroce, senza omettere con un pizzico di polemica l’esaltazione mostrata da parte dei media. Meravigliose le atmosfere parigine, ma non da meno quelle canadesi e in particolar modo quelle del deserto americano, grazie anche al supporto della fotografia curata da Robert Gantz.
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” a lungo andare fa sentire troppo l’attenzione nei confronti Mesrine, relegando i personaggi secondari a marionette utili solo a riempire il teatrino del crimine, trattando inoltre con superficialità alcune parti della storia.
Supportato con effetto da un’ottima colonna sonora fatta di successi dell’epoca, “Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” è film ben interpretato e diretto con stile ed equilibrio. Peccato però che abbiano voluto seguire la strada tarantiniana di “Kill Bill” tagliando il film in due parti, concludendolo le gesta di Mesrine nel secondo atto, dal titolo “Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga”.

Voto: 71%


giovedì 2 ottobre 2008

L'ULTIMA MISSIONE

Locandina del film L’ultima missioneTitolo originale: Mr 73
Nazione: Francia
Anno: 2008
Genere: poliziesco
Durata: 2h05m
Regia: Olivier Marchal
Sceneggiatura: Olivier Marchal
Fotografia: Denis Rouden
Musiche: Bruno Coulais
Cast: Daniel Auteuil, Olivia Bonamy, Catherine Marchal, Francis Renaud, Gerald Laroche, Guy Lecluyse, Philippe Nahon, Moussa Maaskri, Swan Demarsan, Christian Mazucchini, Tony Gaultier, Louise Monot, Virginia Anderson


Trama
Louis Schneider è un poliziotto della Squadra Omicidi che ha subito di recente perso in un incidente stradale la figlioletta, mentre la moglie vegeta in un letto di ospedale. E’ sprofondato in un abisso nel quale riesce a trovare sollievo soltanto nella bottiglia e nel suo lavoro. Una notta, in preda all’alcool, dirotta un autobus ed una volta catturato, i suoi superiori, consapevoli del suo valore e dei suoi problemi personali, gli evitano il carcere e assegnandolo però al Servizio Notturno. La sua determinatezza nel voler catturare un serial killer che sta uccidendo numerose donne lo porterà in contrasto con i suoi colleghi ed il “sistema”. Nel frattempo la giovane Justine aspetta con ansia l’uscita di prigione dell’assassino dei suoi genitori, uomo che lo stesso Schneider aveva arrestato 25 anni prima quando era un giovane poliziotto.

Recensione
Tratto liberamente da “L’ingenuità delle opere fallite” di Hugues Pagan, “L’ultima missione” rappresenta il capitolo conclusivo del trilogia poliziesca del regista francese Olivier Marchal, incentrata sul dolore e sulle riflessioni sull’amarezza di un’esistenza segnata per sempre. Se “Gangsters” era passato quasi inosservato, lo splendido “36 - Quai des Orfevres” è stato per Marchal un trampolino di lancio verso il successo internazionale. Marchal si rifà al polar, un genere che si distacca dall’azione tipica del genere poliziesco per porre l’accento sulla condizione umana nelle situazioni più disperate: Marchal raccontare personaggi che hanno perso il proprio equilibrio a causa di un destino che li ha segnati senza possibilità di riscatto, lasciati soli nella sofferenza. La città di Marsiglia è dipinta nell’oscurità della notte e bagnata continuamente dalla pioggia, una pioggia che non lava via né il dolore né il marciume di un “sistema” peggiore del male che dovrebbe combattere. Marchal conosce bene tutte queste situazioni legate alla lotta al crimine, poliziotto per dodici anni a Versailles e, in seguito, in attività all’antiterrorismo. Si avvale (nuovamente) dell’interpretazione Daniel Auteil, trasandato e afflitto nel suo dolore. L’attore francese, uno dei migliori in circolazione, incarna un eroe maledetto che non riesce a superare la perdita della sua famiglia (figlioletta morta e moglie ridotta ad un vegetale in un letto d’ospedale), continuamente disperato nei ricordi di una vita felice che ormai appartiene ad un lontano passato. Quelli tragici che hanno segnato irreparabilmente la sua vita risultano invece confusi, tanto è vero che i flashback non raccontano con certezza quanto accaduto, se non un possibile senso di colpa. Auteil/Schneider è un emarginato ma, malgrado tutto, continua a ricercare un efferato assassino. Al dolore di Schneider si accosta quello di Justine (Olivia Bonamy), troppo sensibile e dedicata, incapace anch’ella di reagire alle tragedie che hanno segnato la sua giovane vita.
Marschal riesce ad intersecare le storie con ordine, senza mai generare intrusioni forzate e senza senso. Riesce a catturare fin dalle note iniziali di una malinconica “Avalanche” di Leonard Cohen (“Mi ha travolto una valanga, e la mia anima fu sepolta”), conducendo lo spettatore in un mondo fatto solo di disperazione.
Ottimo il finale che chiude il crescendo di tormento e angoscia nella quale si ritrovano impotenti tutti i protagonisti. La soluzione è una sola e non è mai quella giusta.
“L’ultima missione” (barbaramente tradotto dal titolo originale “Mr 73”, una pistola in dotazione alla polizia francese, che lo fa confondere con l’orrendo film omonimo con Dolph Lundgren) è una dura messa in scena della realtà che appassiona dal primo all’ultimo fotogramma.

Voto: 76%


martedì 30 settembre 2008

SFIDA SENZA REGOLE

Locandina del film Sfida senza regole

Titolo originale: Righteous kill
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: poliziesco
Durata: 1h40m
Regia: Jon Avnet
Sceneggiatura: Russell Gewirtz
Fotografia: Denis Lenoir
Musiche: Ed Shearmur
Cast: Robert De Niro, Al Pacino, 50 Cent, Carla Gugino, John Leguizamo, Donnie Wahlberg, Brian Dennehy, Trilby Glover, Saidah Arrika Ekulona, Alan Rosenberg, Sterling K. Brown, Barry Primus, Melissa Leo, Alan Blumenfeld, Oleg Taktarov


Trama
Turk e Rooster sono detective nel dipartimento di polizia di New York. Tren’anni di carriera, veterani pluridecorati, i due sono sulle tracce di un serial killer che uccide criminali, lasciando sui cadaveri una pistola ed un bigliettino con alcuni versi in rima. Alle indagini partecipano l’affascinante Karen Corelli, agente della scientifica ed amante passionale ed instabile di Turk, e la coppia di giovani colleghi Perez e Riley. Le indagini portano a supporre che il serial killer possa essere proprio un poliziotto ed il tenente Hingis è intenzionato a chiudere quanto prima il caso.

Recensione
John Avnet, regista di “Sfida senza regole”, ha un merito eccezionale: aver riunito nello stesso film due mostri sacri della cinematografia americana. Dopo essersi sfiorati ne “Il padrino - parte II” e in “The heat - La sfida”, per la prima volta Robert De Niro e Al Pacino finalmente si trovano a recitare nello stesso film, fianco a fianco.
Non si riesce ad evitare una riflessione sul titolo italiano del film. Se il titolo originale, “Righteous Kill” (Il giusto omicidio) è del tutto in linea con la trama, “Sfida senza regole” è un titolo campato in aria che non ha alcuna relazione con gli eventi filmici. Solita idiozia della distribuzione italiana, sempre pronta a sfornare titoli d’effetto per richiamare il maggior numero di pubblico in sala.
Ritornando alla recensione del film, si deve subito rivelare che “Sfida senza regole” non è affatto all’altezza dei due grandi attori hollywoodiani. Si tratta infatti di un film dalla trama banale con un solo colpo di scena, per giunta scontato. La trama non coinvolge e in alcuni momenti lo sceneggiatore Russell Gewirtz (autore dell’ottimo “Inside Man”) sembra non avere idea di come far proseguire la storia. Inoltre, le tematiche introdotte rimangono accennate senza alcun approfondimento. Al Pacino e De Niro, attraverso i loro personaggi, giocano di continuo agli amiconi di vecchia data, stimandosi ed ammirandosi reciprocamente. I due attori sembrano voler screditare le voci maligne che ritenevano impossibile vederli insieme sul set a causa della loro eccessiva smania da primedonne sul set. Le interpretazioni dei due sono come sempre ad altissimi livelli, anche se a volte entrambi sembrano imitare se stessi, abusando spesso delle loro classiche gestualità e mimiche facciali. Gli altri personaggi risultano del tutto fuori luogo, un’avvocatessa cocainomane e un’agente del CSI sexy e un po’ ninfomane. Buona la fotografia priva di luce, in linea con l’umore crepuscolare del film. La regia di Avnet risulta mediocre, giocherellando troppo con ralenty e schermi splittati, dando così l’idea di voler dare una forma singolare a contenuti poco validi. E infine non convince affatto l’analisi psicologica dei personaggi, poco autentica e piena di cliché.
Condizionato da una fragile sceneggiatura, “Sfida senza regole” si salva soltanto per la presenza delle due star anche se rimane la speranza di poterli rivedere un giorno in una pellicola di ben più alto valore.

Voto: 59%


mercoledì 10 settembre 2008

I PADRONI DELLA NOTTE

Locandina del film I padroni della notteTitolo originale: We own the night
Nazione: USA
Anno: 2007
Genere: poliziesco
Durata: 1h45m
Regia: James Gray
Sceneggiatura: James Gray
Fotografia: Joaquín Baca-Asay
Musiche: Wojciech Kilar
Cast: Robert Duvall, Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Eva Mendes, Tony Musante, Edward Conlon, Antoni Corone, Burton Perez, Alex Veadov, Katie Condidorio, Ashley Avis, Charlene Biton, Fred Burrell, Karl Bury


Trama
Joseph e Bobby sono due fratelli molto diversi tra loro. Joseph ha seguito le orme del padre, capo della polizia di New York; Bobby, invece, per nascondere i legami con la sua famiglia di poliziotti, ha cambiato il suo cognome, scegliendo quello della madre, ed è diventato il gestore del locale più famoso di Brooklyn, “El Caribe”, dove trascorre ogni notte insieme alla sua splendida fidanzata portoricana Amanda. Nel locale però non manca la droga il cui spaccio è gestito da una banda di trafficanti russi priva di scrupoli. Pur mantenendosi alla larga dal traffico di stupefacenti, Bobby si abbandona a qualche sniffatina di tanto in tanto. Ma una retata della polizia nel locale sarà per Bobby un’occasione per ripensare alla propria vita ed ai suoi legami familiari da troppo tempo abbandonati.

Recensione
James Gray è un regista poco prolifico. Dal suo esordio nel 1984 ha al suo attivo, prima de “I padroni della notte”, soltanto due pellicole, “Little Odessa” e “The yards”. In questa sua ultima prova, Gray tratta tematiche molto simili al suo primo film (mafia russa, polizia, famiglia), dal secondo invece riprende gli attori principali, Joaquin Phoenix e Mark Wahlberg, sostituendo Charlize Theron con l’altrettanto sensuale Eva Mendes.
Ne “I padroni della notte” c’è una famiglia composta da un padre, veterano della polizia di New York, e due figli: Joseph, disciplinato ed ubbidiente, ha seguito la strada del padre facendo carriera in polizia, Bobby, impulsivo e ribelle, gestisce una discoteca di Brooklyn dove scorre un fiume di droga. Mentre Joseph ed il padre lavorano duramente rischiando le proprie vite, Bobby si diverte nella New York alla fine anni ’80, nel sottofondo di splendide musiche dance di quel periodo che oggi definiamo “revival”. Notti fatte di divertimenti in discoteca, macchiate però dai loschi traffici di droga. Gray non si discosta minimamente dai classici plot polizieschi, mantenendo però vivo l’interesse e la tensione per l’intera durata della pellicola. I problemi familiari, il crollo psicologico di Bobby, con l’asfissia e la paura di essersi ritrovato in qualcosa più grande di lui dal quale non riesce a trovare una via di uscita, e le responsabilità che impongono scelte difficili sono descritti con intensa drammaticità. L’azione non manca, anche se Gray preferisce puntare la telecamera agli sguardi dei personaggi, specchio dei loro turbamenti e delle loro angosce. Splendido l’inseguimento sotto la pioggia, mix di azione ed drammaticità ad alti livelli.
In un cast decisamente positivo, Joaquin Phoenix rappresenta l’anima del film. Interpreta il suo difficile personaggio difficile con sottigliezza e carisma, in particolar modo nei momenti in cui deve fare scelte dolorose che segneranno per sempre la sua vita.
“I padroni della notte” scivola via senza intoppi ed ogni attenta valutazione sui legami familiari non scade mai nella retorica. Non ci resta che sperare in un’attività più prolifica di Gray, in modo da riempire le nostre notti di piacevoli visioni cinematografiche.

Voto: 72%


lunedì 7 luglio 2008

LA NOTTE NON ASPETTA

Titolo originale: Street kings
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: poliziesco
Durata: 1h49m
Regia: David Ayer
Sceneggiatura: James Ellroy, Kurt Wimmer, Jamie Moss
Fotografia: Gabriel Beristain
Musiche: Graeme Revell
Cast: Keanu Reeves, Forest Whitaker, Hugh Laurie, Chris Evans, Jay Mohr, Terry Crews, Naomie Harris, Martha Higareda, John Corbett, Cle Shaheed Sloan, Amaury Nolasco


Trama
Tom Ludlow è un detective della polizia di Los Angeles la cui vita è stata segnata dalla morte della moglie. Lavora soprattutto di notte e preferisce operare da solo, anche se è fedele alla sua squadra diretta dal carismatico ed ambiguo capitano Jack Wander. Una vera e propria solidarietà tra i membri della squadra con gli interessi personali che spesso vengono messi davanti ai normali doveri dell’arma nei confronti dei cittadini.
Una denuncia agli affari interni da parte dell’agente Terrence Washington, ex compagno di Tom, ormai stanco della corruzione all’interno del distretto, potrebbe far partire un’indagine nei confronti della squadra. Ma quest’ultimo viene ucciso da due rapinatori in un supermarket dove si trovava anche Tom, che pedinava il poliziotto. La registrazione del video a circuito chiuso del supermarket potrebbe creargli non pochi problemi, ma la squadra prontamente occulta il video e cerca così di insabbiare il caso. Ma Tom, deciso a vendicare la morte dell’ex collega, inizia ad indagare mettendosi sulle tracce dei due assassini.

Recensione
“La notte non aspetta” si avvale della sceneggiatura, tra gli altri, di James Ellroy, uno dei più importanti scrittori noir americani. Nei suoi libri dedicati alla città di Los Angeles (dai quali sono stati tratti anche “L.A. Confidential” e “The black dahlia”), Ellory scrive di crimini efferati come risultato di intrecci di corruzione, ponendoli sempre sul sottile limite che divide il bene dal male. Il potere assoluto della polizia di Los Angeles che tutto può e tutto si permette di fare a proprio vantaggio si trova riassunta nel titolo originale, “Street kings”, i “re delle strade”, titolo barbaramente tradotto da qualche genio in “La notte non aspetta”, poco attinente alla trama del film. I re delle strade di Los Angeles hanno il braccio feroce del tenebroso, disilluso ed alcolizzato Tom Ludlow, un poliziotto sempre al di sopra della legge e che abusa del suo potere di poliziotto nei confronti dei criminali per sfogare la sua depressione dovuta alla morte della moglie in circostanze poco piacevoli. Sempre protetto dal suo capitano Jack Wonder, Tom Ludlow è Keanu Reeves, volto pulito, forse troppo pulito anche dopo essere stato malmenato e sparato durante le sue indagini. La sua interpretazione, sicuramente positiva, non è però mai particolarmente esaltante, troppo simile al detective del film “Costantine”. Jack Wonder è invece interpretato dall’imponente, anche dal punto di vista fisico, Forest Whitaker, un capitano dalla personalità ambigua che nel pieno rispetto de “il fine giustifica i mezzi” comanda la sua squadra cercando di conciliare i loro interessi personali e con quelli della comunità. Sempre ad alti livelli interpretativi, Whitaker si perde nella parte finale del film dove risulta fin troppo eccessivo e poco credibile. Alcune presenze “televisive” tra gli interpreti: Amaury Nolasco, di “Prison Break” e Hugh “Dr. House” Laurie che, guarda caso, fa la sua prima apparizione nel film in un ospedale.
Un poliziesco che avanza con qualche indugio, un po’ per la difficoltà del regista David Ayer di seguire i dettami di Ellroy, un po’ per interpretazioni poco incisive e, peggio ancora, credibili. Ayer, alla sua seconda prova dietro la mdp, è tuttavia un veterano del genere poliziesco, avendo sceneggiato, con alterne fortune, diverse pellicole di genere (“Training Days”, con Denzel Washington ed Ethan Hawke è uno dei migliori film polizieschi degli ultimi anni). In “La notte non aspetta”, Ayer forse sente il peso eccessivo dello sceneggiatore Ellroy, mancando di personalità lasciando in qualche momento le redini della regia a vantaggio della confusione.
“La notte non aspetta” è in sintesi un poliziesco con una trama che seppur un po’ banale non annoia. Tutto sembra uscire attimo per attimo dalle parole del racconto di Ellroy, ma questo alla fine risulta un po’ artificioso per la mancanza forse di un chiaro apporto del regista David Ayer. Buone sequenze d’azione, ritmo vertiginoso, con la polvere da sparo che sembra uscire dallo scherzo ed il sangue che non viene mai risparmiato. Un film gradito agli fan del genere poliziesco, un possibile diversivo per gli tutti altri.

Voto: 63%


venerdì 11 aprile 2008

GONE BABY GONE

Locandina del film Gone baby goneTitolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2007
Genere: thriller, poliziesco
Durata: 1h54m
Regia: Ben Affleck
Sceneggiatura: Ben Affleck, Aaron Stockard
Fotografia: John Toll
Musiche: Harry Gregson-Williams
Cast: Casey Affleck, Michelle Monaghan, Morgan Freeman, Ed Harris, Amy Ryan, John Ashton, Amy Madigan, Michael K. Williams, Madeline O'Brien, Titus Welliver, Edi Gathegi, Mark Margolis, Matthew Maher


Trama

Dorchester, quartiere perifeico di Boston. Amanda McCready, una bambina di soli quattro anni, scompare nel nulla mentre la madre è fuori di casa dopo averla messa a letto. La polizia brancola nel buio, così gli zii della bambina, si rivolgono disperati agli investigatori privati Patrick Kenzie ed Angie Genarro affinché si occupino del caso, anche perché conoscono molto bene il quartiere e le persone che lo abitano. Patrick ed Angie iniziano così a lavorare accanto al duro detective Remy Bressant ed al capitano della polizia Jack Doyle.

Recensione
Cosa può accadere se un giorno un bellimbusto come Ben Affleck decide di sedersi la mdp e di fare il regista? Pur avendo in passato realizzato un’ottima sceneggiatura, con tanto di Oscar, per il film “Will Hunting” insieme con un’altra star hollywoodiana come Matt Damon, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla riuscita di una pellicola da lui diretta. Invece “Gone baby gone” è una sorpresa incredibile: Ben sembra conoscere alla perfezione il mestiere di regista, dimostrando capacità che forse nessuno immaginava. Insieme ad Aaron Stockard è autore di una sceneggiatura impeccabile, tratta dal racconto “La casa buia” di Dennis Lehane, autore anche di “Mystic River”. Ed al film di Clint Eastwood, “Gone baby gone” si accosta sensibilmente sia per tematiche che per ambientazione. L’attore/regista californiano esamina con minuzia ogni particolare attribuendo al film una forte dose di suspense ed una struttura narrativa ben congeniata. Lo spettatore viene dapprima catturato con la triste storia del rapimento con presunti risvolti pedofili, per rimanere in seguito coinvolto durante lo sviluppo delle indagini e, quando tutto sembra terminare, la storia riparte piombando in situazioni ancor più intricate, lasciando così sbalorditi e disorientati. Arriva poi il momento in cui Affleck regista costringe ad una profonda riflessione, rispolverando un amletico dubbio della “scelta giusta” o meglio quale sia la decisione da prendere nel caso in cui la scelta giusta non coincide con quella eticamente valida. Nel prendere simili scelte, Patrick Kenzie, protagonista del film interpretato da Casey Affleck, fratello minore di Ben, vedrà condizionati forse irreparabilmente alcuni aspetti della sua sfera intima.
Ben Affleck dimostra in “Gone baby gone” ottime doti tecniche di regia realizzando sequenze indimenticabili, riproponendo poi alcune di esse dal punto di vista dei diversi personaggi, ricorrendo a magistrali flashback incrociati. In sintonia con la regia è la fotografia di John Toll che descrive nelle sue immagini una città in lenta decadenza, senza alcun segno di possibile rinascita.
Nel caso spiccano Morgan Freeman nei panni di un capitano della polizia addolorato dalla perdita di una figlia e Ed Harris in quelli di un detective duro e risoluto, capace di tutto pur di pulire la società dal marciume. Ma è il giovane Affleck a farsi carico della pellicola, coinvolgendo lo spettatore durante le indagini ed, in particolar modo, quando è costretto a prendere difficili scelte. Patrick/Casey è una faccia pulita in un mondo sporco, perfetta rappresentazione di quanto la voce narrante (dello stesso personaggio) afferma all’inizio del film citando un passo del Vangelo: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e puri come le colombe”. All’attrice Amy Ryan tocca invece l’ingrato ruolo della madre tossica, un’anima destinata agli inferi che però sta già vivendo il suo inferno sulla Terra.
“Gone baby gone” è un thiller poliziesco eccezionale, uno dei più intensi e meglio riusciti negli ultimi anni. Inchioda lo spettatore alla poltrona con il fiato sospeso grazie a continui colpi di scena e ad una trama mai prevedibile, senza tralasciare aspetti drammatici, con alcuni momenti molto toccanti.
Scandalosa la distribuzione del film, proiettato in Italia in un esiguo numero di sale. E’ sempre più inspiegabile il comportamento dei distributori italiani: si può capire il caso in cui si tratti di una pellicola vietnamita vincitrice di un festival polacco, ma “Gone baby gone”, con le facce di Ben Affleck, Ed Harris e Morgan Freeman sulle locandine, la pellicola avrebbe sicuramente avuto riscontri positivi in termini di presenze di pubblico con un soddisfacente ritorno economico.

Voto: 86%

Trailer “Gone baby gone”


lunedì 4 febbraio 2008

AMERICAN GANGSTER

Locandina del film American gangsterTitolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2007
Genere: poliziesco
Durata: 2h35m
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Steven Zaillian
Fotografia: Harris Savides
Musiche: Marc Streitenfeld
Cast: Denzel Washington, Russell Crowe, Chiwetel Ejiofor, Josh Brolin, Lymari Nadal, Ted Levine, Roger Guenveur Smith, John Hawkes, Carla Gugino, John Ortiz, Cuba Gooding Jr, Armand Assante, Kathleen Garrett


Trama

In una New York agli inizi degli anni ’70, dove la polizia ha raggiunto i massimi livelli di corruzione, Frank Lucas è l’autista di uno dei più importanti boss della malavita. Alla morte dell’uomo, Frank decide di prendere il suo posto creando un suo impero malavitoso. Frank Lucas diviene così rapidamente uno dei maggiori esponenti del traffico di droga di New York, grazie alla sua geniale idea di acquisite eroina purissima senza intermediari, importandola direttamente dal Vietnam all’interno delle bare dei soldati caduti in azione, potendola così rivendere a prezzi stracciati. Sulle sue tracce si mette il detective Richie Roberts che dovrà fare i conti anche con il dilagante malcostume dei suoi colleghi.

Recensione
“American gangster”, diretto da Ridley Scott, narra la vera storia di Frank Lucas che dal nulla riuscì in brevissimo tempo a trovarsi a capo di un impero dedito allo spaccio di stupefacenti. Un personaggio riuscito grazie all’interpretazione di Denzel Washington, che se è bravo nei panni del buono, si cala alla perfezione in quelle del cattivo: freddo e spietato, ma raffinato, corretto e dedito al suo “lavoro”. Frank/Denzel, alla morte del suo capo Ellsworth “Bumpy” Johnson, inizia a costruire il proprio impero, applicando i suoi insegnamenti facendo anche affidamento all’esperienza raccolta durante i rapporti con le famiglie mafiose italiane (allo stesso modo si serve di tutti i membri della sua famiglia, le uniche persone di cui si possa fidare). Ed ha il colpo di genio: sfruttare alcune sue amicizie in Vietman per importare droga purissima nascosta nelle bare dei caduti in guerra. Dall’altra parte della barricata, il poliziotto Richie Roberts, un personaggio che deve essere grato al suo interprete, un Russel Crowe in perfetta forma, schietto e credibile. I due non sono solo in antitesi nei canoni classici guardia/ladro: Frank è malvagio ma distinto, con un forte senso della famiglia, Richie è buono ma sciatto, con un matrimonio fallito, senza un briciolo di equilibrio affettivo. E tra i due si pone come terzo incomodo la polizia newyorkese che ha anche il (de)merito di far apparire Frank in una luce meno cattiva.
Il film inizia in modo lento, dilungandosi un po’ troppo nella presentazione dei personaggi e in alcune vicende che potevano essere trattate in maniera più marginale, ma quando stanno per iniziare i primi sbadigli, per fortuna prende quota e entusiasma, non appena le pedine in gioco sono tutte piazzate, soprattutto grazie al confronto tra i due personaggi che in modo parallelo proseguono nelle loro azioni pur senza incrociarsi mai durante il film, se non nella sua parte finale, proprio come accadeva tra Hanna e McCauley nel film “The Heat”.
“American gangster” vede nella fotografia un valore aggiunto: sporca e spenta, dipinge come meglio non può la New York degli anni ’70. Un plauso dunque ad Harris Savides, direttore della fotografia anche in “Zodiac”, pellicola ambientata a San Francisco più o meno negli stessi anni. La colonna sonora, che svaria tra opposti generi, accompagna le scene senza risultare realmente incisiva.
Un film che non pone l’accento sull’azione, ma sulla psicologia dei personaggi e sulle motivazioni che hanno determinato gli eventi. Questo però determina la sensazione di “già visto” perché in realtà non aggiunge molto a quello che si era visto finora sul grande schermo, non raggiungendo poi il pathos di film come “Donnie Brasco”, “Scarface” o “Quei bravi ragazzi”.
“American gangster” non possiede le caratteristiche del capolavoro perché è privo proprio di quello che fa di un film un capolavoro: il ricordo. Se è facile avere sempre in mente molte delle scene di un classico, non è difficile dimenticare il film di Ridley Scott già dopo qualche giorno. Ci si trova comunque al cospetto di un buon film, consigliato soprattutto agli amanti del genere.

Voto: 76%